SOUTH AFRICA – EAST COAST

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Il piano: da Città del Capo, guidare lungo la costa est fino ad arrivare a Durban, a quel punto virare a nord-ovest nell’entroterra fino alla catena montuosa più alta dell’Africa meridionale: il Drakensberg. Da lì proseguire fino a Johannesburg e tornare a Cape Town in aereo.

E così saltiamo dentro la macchina e cominciamo a macinare chilometri seguendo la costa verso est. In poche ore superiamo Capo Algulhas, l’estremità più meridionale del continente nero, per noi sancisce la fine dell’oceano Atlantico e l’inizio di quello Indiano… Acque calde ci aspettano.

Ci fermiamo brevemente a Wilderness dove sappiamo essere una splendida camminata che porta ad una cascata. La salita è abbastanza tranquilla e una volta arrivati in cima, per la prima volta in questo viaggio, possiamo apprezzare la bellezza della natura che ci circonda – appunto, molto wild.

Arriviamo a Plettenberg dove ci ospita un vecchio amico di Nico: il buon Rob, un local della zona. Tra le risate ed il buon umore generale, andiamo a dormire consci del fatto che il meglio deve ancora venire. Il mattino seguente infatti il buon Rob ci sveglia per andare a surfare in una spiaggia li vicino. Alle 7 siamo in acqua, le onde non sono delle migliori: piccole ed un po’ disordinate, riescono comunque a regalarci qualche sorrisone. Rob, Nico ed io siamo letteralmente da soli in acqua.. Every surfer knows the feeling.

Finita la sessione, ci ricongiungiamo con Annina e Mathi per andare ad esplorare una spiaggia della zona. Camminiamo lungo la spiaggia per una buona mezz’ora fino a trovare il luogo perfetto per fermarci. Anche qui siamo soli su questa spiaggia incantata, colline verdi con una fitta vegetazione dietro di noi, sulla spiaggia ci sono degli scogli e grazie alla bassa marea riusciamo a staccare e mangiare una manciata di ostriche.

Dopo un breve ma intenso incontro tra Annina ed un serpente locale, per fortuna più interessato a scaldarsi al sole che a darle fastidio, abbiamo la fortuna di essere ospitati a cena da un amico bel buon Rob: Vince ha più di 80 anni e parla 9 lingue! Di origine italiana, questo ragazzotto si trasferì in Sudafrica negli anni ‘50 e nei decenni ha imparato la maggior parte delle 11 – si, 11 – lingue ufficiali di questo paese così culturalmente variegato.

Il giorno dopo esploriamo la Robberg Nature Reserve, un promontorio che ospita babbuini, insetti enormi ed una quantità ridicola di foche maleodoranti. Il percorso è impegnativo ma incredibilmente appagante: si cammina attraverso una fitta vegetazione lungo tutta la costa di uno spettacolare promontorio. L’atmosfera è surreale e le visioni che ci regala sono mozzafiato.

Un po’ sudati, 6 ore dopo siamo di ritorno e ci mettiamo in macchina verso la nostra prossima tappa, una località di cui ogni surfista ha sentito parlare: Jeffrey’s Bay, nota ai più come J-Bay, una delle gemme surfistiche africane più preziose. Qui vi arriviamo la sera, apriamo le nostre tende e ci tuffiamo dentro, in fibrillazione per la giornata seguente.

Mi è sembrato che apparte l’onda a J-Bay ci sia davvero poco. Infatti quando al mattino seguente con orrore scopriamo che il mare era completamente piatto decidiamo di rimetterci in moto e continuare sulla nostra rotta. Neanche un giocoso gruppo di delfini a pochi metri dagli scogli riesce a trattenerci e fermare la nostra voglia di scoperta: vogliamo arrivare a Coffee Bay, tutti la descrivono come un locus amoenus. per arrivarci sono necessarie 10 ore di guida, le ultime delle quali, di notte, su strade completamente abbandonate a se’ stesse, con crateri di una grandezza sconcertante, animali di ogni tipo, vivi e morti, tutto questo condito da una fitta nebbia ovattante e individui che camminano per strada nel buio più assoluto. Velocità di crociera: 7 km/h.

I 700km che separano J-Bay da Coffee Bay fanno si che la natura sia completamente diversa. J-Bay ha una vegetazione che ricorda vagamente la macchia mediterranea, in un ambiente meno umido. A Coffee Bay troviamo una situazione molto più tropicale, con piante verde scuro, alberi e foglie gigantesche, oltre che una sensazione di isolamento di gran lunga più reale.

Ci innamoriamo di questa baia. L’oceano ancora piatto ci permette di fare della pesca subacquea e di guadagnarci una discreta cena che felicemente consumiamo seduti al caldo di un falò sulla spiaggia, con un gruppo di percussionisti locali ed i loro bongos. Il giorno dopo ci incamminiamo verso il rinomato ‘’Hole in the Wall’’, letteralmente un buco scavato nel corso dei secoli da un fiume in questa grande formazione rocciosa staccata dalla terraferma. Abbandoniamo Coffee Bay rigenerati, sapendo che continuando a risalire lungo la costa avremmo trovato tante altre sorprese.

La prossima tappa è Umzumbe, 500km più a nord. Umzumbe ci regala il più bel backpackers – un ostello immerso nella natura tropicale – che abbiamo mai visto. Veniamo accolti la sera e scortati nella nostra stanza, che in questo caso è una casa sull’albero a regola d’arte. La mattina dopo abbiamo la possibilità di esplorare questo fantastico ostello, un posto che induce felicità pura e incredibile serenità. Senza pensarci troppo prendo la tavola e vado in spiaggia a piedi. Sul lato destro della spiaggia ci sono degli scogli con delle onde vuote che rompono poco distanti. Questa volta completamente da solo in acqua mi godo le migliori onde del viaggio, non estremamente grandi, ma abbastanza ripide e veloci. A pensarci bene c’era una simpatica foca a tenermi compagnia tra un’onda e l’altra.

Una volta ritrovati gli altri esseri umani, prendiamo la macchina per arrivare ad un fiume della zona, dove dei ragazzi del posto hanno organizzato una jam session con chitarre, ukulele e percussioni nel loro piccolo gozzo. A turno i musicisti tirano fuori perle su perle, con canzoni che spaziano dal parlare di amore all’idolatrare la birra. Mentre il sole ci regala gli ultimi raggi della giornata, anche Nico e Mathi deliziano tutta la ciurma con una delle loro canzoni più belle. Alla sera torniamo alla base e decidiamo di cucinare 3 chili di pasta per sfamare tutto l’ostello e mostrare la nostra gratitudine per la giornata appena volta al termine.

Abbandoniamo la costa per immergerci nell’entroterra. Gli ultimi giorni del viaggio infatti li avremmo passati nella catena montuosa del Drakensberg, i ‘’Monti del Drago’’. Queste montagne si trovano a cavallo tra il Sudafrica e la parte orientale dello stato enclave del Lesotho, e sono senza dubbio le montagne più belle che ho mai visto. Al nostro arrivo vediamo delle donne pulire i loro coloratissimi vestiti in un fiume, una scena davvero autentica, rurale, quasi ancestrale.

Il Drakensberg ci regala giorni di camminate infinite tra fiumi, laghi, cascate, arrampicate, pianure, babbuini, antilopi e cavalli.. insomma, un paradiso terrestre nel quale ci dimentichiamo di tutto e tutti, sentendoci ancora una volta realmente liberi.

La strada per arrivare a Johannesburg dura qualche ora e nessuno di noi quattro dimenticherà mai il rosso di quel tramonto che fece da cornice al nostro rientro nella società.

Adventure Addicted
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