GR20 Trek Corsica

La Corsica è uno di quei posti che ha sempre scatenato in me una terribile curiosità. Da molti definita la “gemella cattiva” della bella Sardegna, per la sua capacità di essere rimasta più pura e selvaggia, senza essersi piegata alle esigenze del turismo sfrenato. Qualsiasi AdventureAddicted definirebbe la Corsica come un “parco giochi”, un luogo dove mare e montagne arrivano quasi a toccarsi, creando i presupposti perfetti per un numero altissimo di attività all’aria aperta. Di queste, una della più popolari è sicuramente il trekking. L’isola è attraversata in lungo e in largo da migliaia di sentieri, che permettono ai viaggiatori di esplorarla servendosi unicamente delle loro gambe. Il GR20 potrebbe essere considerato la via Aurelia dei trekking Corsi, estendendosi per una lunghezza di circa 180 km da nord-ovest a sud-est dell’isola e toccando le vette più alte dell’isola.

Questi sono i presupposti del nostro AAtravel, un’avventura messa a punto nella nebbia dell’inverno milanese e che sono entusiasta di potervi raccontare, a due mesi di distanza ma ancora con il sorriso stampato in viso al ricordo di quelle giornate. Credo che il modo giusto di cominciare a raccontarla sia presentandone i protagonisti. La mattina dell’11 luglio, alle 5:45 salgo sul treno alla stazione di Sanremo diretto a Piombino, dove nel pomeriggio partirà il nostro traghetto per Bastia, uno dei porti turistici principali della Corsica. Sono il primo di tutta la banda a mettersi il viaggio, un po’ a causa dei tanti km che mi separano dalla destinazione, ma soprattutto perché come al solito la mia incapacità cronica di organizzarmi in anticipo mi ha portato a dover viaggiare da solo. Poche ore dopo, da quel paradiso dolomitico di Cortina d’Ampezzo si mettono in viaggio Omar, ormai presenza fissa delle avventure AA, e Giuse, fotografo outdoor navigato che avrà il compito di documentare passo dopo passo la nostra avventura. A Firenze, vengono caricati a bordo dello stilosissimo Volkswagen California bianco di Omar, tre individui che rispondo al nome Tommy, Beppe e Tito. Il resto del gruppo è in arrivo da Roma, a bordo della maestosa Mafalda, un Toyota HZJ 78 che è stato battezzato come mezzo di rappresentanza ufficiale di AA. Al suo interno si trovano Pietro, la mente di questa e mille altre avventure, insieme a Valerio e Dario. La mia strada e la loro si incrocia in quel di Grosseto, dove dopo 8 ore circa scendo dal treno. Mentre li aspetto nel parcheggio della stazione, faccio la conoscenza di Gianluca, per gli amici Google. Google è arrivato in moto da casa, che dista un’ora circa da Grosseto. Montiamo su Mafalda e schizziamo sull’asfalto ad una velocità di 90 km/h per un’ora: sole, musica e finestrini spalancati. Di poco precediamo gli altri all’arrivo al porto di Piombino. Il team è al completo per la prima volta e, anche se siamo tutt’altro che pronti, è fantastico leggere negli occhi di tutti felicità e impazienza al pensiero di ciò che verrà. Approfittiamo della durata del viaggio in traghetto per organizzare gli zaini. Considerando che dovremo averlo sulle spalle per circa 10 ore al giorno, l’obbiettivo è quello di non farlo pesare più di 16-17 kg, ma risulta davvero difficile. Ognuno di noi porta circa 5 kg e mezzo di cibo liofilizzato, più tutto il necessario per dormire e camminare per 10 giorni. Infine vanno considerati il peso dell’acqua, 2-3 litri come minimo visto le temperature torride, e una parte del cibo e dell’attrezzatura fotografica di Giuse, che decidiamo di dividere negli zaini restanti in quanto sarebbe impensabile farli portare ad una sola persona. Una volta pronti, saliamo sul ponte della nave e ci godiamo il resto del viaggio. Superata l’isola d’Elba, in un paio d’ore si fa sera ed approdiamo a Bastia. La partenza del GR20 è a Calenzana, a circa un’ora e mezza di guida da Bastia, quindi ci mettiamo subito in viaggio. Il programma è di accamparsi la in zona, con l’intento di partire presto l’indomani per evitare di camminare durante le ore più calde del giorno. Ci svegliamo alle 6, ma riusciamo a metterci in marcia solo intorno alle 8. Controlliamo compulsivamente di non esserci dimenticati nulla, che tutto sia al suo posto e di non avere niente di superfluo. Meglio farlo ora che pentirsene per il resto del cammino, e poi non si può rinunciare a qualche foto di rito prima della partenza. Dopo aver percorso i primi due km, una sensazione di sollievo mi pervade. Tutti i pensieri e le inquietudini svaniscono, lasciando spazio alla consapevolezza che comunque vada, sarà un successo.

Camminiamo in salita lungo questo sentiero roccioso e in men che non si dica siamo già abbastanza in alto da vedere il mare. Io, Pietro, Omar, Valerio e Giuse restiamo leggermente indietro per scattare qualche foto, per poi rimetterci rapidamente in marcia. Un paio d’ore dopo, quando la temperatura sta cominciando a salire, decidiamo di fermarci per consumare il nostro primo pasto liofilizzato. Giù lo zaino e fuori tutto il necessario: fornello, bombola, pentolino e cucchiaio. Pietro e Omar hanno un po’ di esperienza a riguardo e ci fanno un piccolo tutorial, basta versare l’acqua bollente nella busta con il cibo, mescolare con forza ed aspettare 7-8 minuti. Impareremo presto a convivere con il fatto che 8 minuti possono sembrare un’eternità quando si ha fame. Il cibo supera decisamente le mie aspettative. È buono, ma soprattutto una volta finito di mangiare ci si sente pieni di energie. La giornata è ancora lunga quindi è meglio rimettersi in cammino. In circa 45 minuti raggiungiamo Bocca Du Saltu, 1250m, dove il sentiero si apre e lascia spazio ad un grosso prato pianeggiante. Di qui in poi il paesaggio cambia, ci addentriamo in un fitto bosco di sempreverdi che, a detta di Pietro, ricorda qualche luogo delle Dolomiti. Si comincia a salire in maniera più decisa, a tratti la traccia del sentiero sparisce e ci inerpichiamo lungo dei tratti di roccia viva, tenendo sempre come punti di riferimento i famosi simboli in vernice bianca e rossa. Dopo un paio d’ore di riscaldamento, il GR20 fa subito capire che non si tratta del solito trekking. Personalmente dubito che un sentiero del genere in Italia verrebbe catalogato come “trekking”, anche se non trovo la definizione giusta. Forse un’altavia o una direttissima, ma comunque poco importa. Dopo 3 ore di cammino giungiamo stanchi e accaldati ad un altro prato, dove finalmente il nostro piccolo gruppo di ritardatari si riunisce con gli altri. Decidiamo che da ora in poi cercheremo di evitare che il gruppo si separi, stare insieme non solo è più sicuro ma anche molto più divertente. Divoriamo un piatto di pasta ai funghi liofilizzata e ripartiamo. Chiudo il gruppo, ed effettivamente è innegabile che vederci tutti marciare compatti, vestendo le nuove magliette di AA, è uno spettacolo! Manca poco per arrivare alla fine della prima tappa, il tempo di percorrenza previsto era di 6 ore e mezza e noi ci abbiamo messo poco di più, ma con due lunghe soste. Al nostro arrivo ci aspetta il il rifugio d’Ortu di U Pioppu, a quota 1602m. Come immaginavo i rifugi francesi sono molto spartani, ma a noi poco importa visto che siamo attrezzati con tutti il necessario per dormire e mangiare.

Il campeggio è enorme, si estende al di sotto del rifugio per qualche centinaio di metri lungo la montagna e noi troviamo un posto perfetto per il campo base dietro a una grossa formazione rocciosa. Le tende sono tutte da due posti e le coppie sono così formate: Io e Pietro, Omar e Giuse, Tito e Beppe, Google e Dario, Tommy e Vale. Mentre tutti sono impegnati nel montare la propria tenda (anche se Pietro come al solito ha già finito prima ancora che io abbia appoggiato lo zaino per terra…) il silenzio viene squarciato dalla voce contrariata di Beppe: “Tito, non sei concentrato!” Ebbene si, Tito voleva gustarsi la sua birra guardando il tramonto ma a Beppe questa cosa proprio non andava giù. Apprendo presto che Tito e Beppe si conoscono da tutta la vita, sono i classici amici che hanno trascorso talmente tanto tempo insieme da assomigliarsi al punto da sembrare fratelli. Il loro rapporto è qualcosa di esilarante e vengono presto ribattezzati i fratelly Weasley, come gli inseparabili gemelli dei film di Harry Potter.  Appena dietro la tenda di me e Pietro, in ritardo rispetto a tutti gli altri, Dario e Google stanno finendo di montare, o meglio costruire, la loro tenda. Per ridere non serve guardarli, basta ascoltare. Google è ragazzetto di Arezzo sempre su di giri, con un’inconfondibile accento toscano; Dario invece viene da Salerno ed è la persona più tranquilla che abbia mai conosciuto. Metterli in tenda insieme è stato come accostare il fuoco e la polvere da sparo. Tommy e Vale già li conoscevo prima del viaggio, ma non li avevo mai visti insieme. Entrambi sono giocatori di rugby, non esattamente dei fuscelli. Tommy poi è 1.95 per più di 100 kg. Non ho la minima idea di come abbiano fatto a convivere per 10 giorni in una minuscola tenda da viaggio, però questa cosa mi ha fatto ridere un sacco. Omar e Giuse hanno già sistemato il loro campo base da un po’. Omar è alle prese con il suo zaino, non capisco se cerca qualcosa o sta cercando un modo di riorganizzarlo per guadagnare spazio. Quel che è certo è che solo l’idea di mettermelo sulle spalle mi fa venire i brividi, peserà 25 kg almeno e non so come lui faccia. Giuse è in giro a scattare foto, c’è una bellissima luce mentre il sole tramonta ad ovest dietro le montagne. Si fa presto notte, siamo stanchi ma resistiamo alla tentazione di andare a dormire perché il cielo stellato è clamorosamente bello.

La mattina me ne pento amaramente quando alle 6:30 suona la sveglia, e pensare che a partire dalle 4:30 si comincia a sentire della gente uscire dalle tende e partire per la tappa successiva. Noi non lo riteniamo necessario per il momento. Nessuno ci corre dietro, anche se lo sguardo impaziente di Giuse, quando lui è già pronto e noi stiamo facendo colazione, mi fa sentire in colpa. Ci incamminiamo intorno alle 8 e mezza, fa già molto caldo. Dopo circa un’ora di sali e scendi, a tratti anche riparati dal sole dagli alberi, arriviamo ad una sorgente d’acqua dove riempiamo le borracce e ci rinfreschiamo. Da qui in poi il sentiero svanisce e comincia una salita che per circa un’ora ci tiene veramente impegnati. Si prosegue su dei grossi massi di pietra, saltando da uno all’altro. Non ci sono vie giuste o sbagliate, bisogna trovare la strada senza perdere mai di vista i simboli, anche se a tratti è tutto tranne che scontato. Ovviamente non ci sono alberi o fonti d’ombra in vista e il sole non aiuta. Pietro apre la strada, io lo seguo a testa bassa, grondando di sudore che a volte mi finisce negli occhi, ma non mi fermo perché so già che non ripartirei. Procediamo lentamente, passo dopo passo, facendoci forza l’un l’altro e cercando di non scivolare. Le gambe bruciano e le nostre fronti grondano di sudore, ma nessuno vuole fermarsi perché ripartire sarebbe ancora più difficile. La salita termina in questa piccola radura, dalla quale si gode di un panorama mozzafiato sulle appuntite cime rocciose delle montagne corse. Ci riposiamo e Giuse ne approfitta per scattare qualche foto, con Vale e Google che fanno da modelli. Il caldo è veramente un nemico, tutti conveniamo sul fatto che la salita è stata resa così dura anche dal fatto che l’abbiamo affrontata nelle ore più calde del giorno.

Ci rimettiamo in marcia. Una breve salita ci porta in cresta, da li procediamo lungo la traccia che poi comincia lentamente a scendere lungo il fianco della montagna. Io, Pietro, Vale e Google restiamo un po’ indietro e, quando è il momento di tenersi a sinistra per iniziare a risalire, tiriamo dritto sbagliando strada. Per raggiungere gli altri, che fortunatamente vediamo in lontananza, ci ritroviamo a dover passare in una stretta fessura nella roccia, a tal punto che per farlo dobbiamo toglierci lo zaino.  Questo passaggio tecnico ci costa tempo ed energie, ma ne vale la pena. I tratti in cui il GR20 assume una connotazione più alpinistica non mancano e sono in assoluto i più divertenti, anche se con uno zaino così ingombrante si è molto limitati. Recuperato il gruppo, decidiamo di approfittare di una piccola zona d’ombra sotto una sporgenza di roccia per pranzare e riposarci. Comincia il solito concerto di rumori metallici, ognuno tira fuori il proprio fornello insieme al pentolino, cucchiaio e busta del pranzo. Con quel caldo a far bollire 600ml di acqua ci vuole un minuto, il problema è l’attesa una volta versata l’acqua nella busta. Cerco di trascorrere quegli 8 minuti che mi separano dal pranzo pensando a qualcosa diverso dal cibo, altrimenti è una tortura. Mentre si mangia regna il silenzio, siamo tutti troppo impegnati a riempirci lo stomaco per parlare. Col trascorrere del tempo il sole è girato e la zona d’ombra sotto la quale ci ripariamo si è fatta molto più piccola, quindi siamo tutti ammassati in uno spazio angusto alla ricerca del fresco. Qualcuno riesce anche a dormire, si sente Omar che russa, anche se davvero non capisco come sia possibile dormire così profondamente stando così scomodi. Siamo sdraiati ma non in piano, bensì in discesa e bisogna piantare bene i talloni nel terreno per non scivolare giù. È il momento di rimettersi in cammino, se vogliamo arrivare al rifugio in tempo per accamparci e mangiare prima che faccia buio. Ben presto, dopo qualche centinaio di metri, scopriamo che la distanza che ci separa dalla fine della seconda tappa è tutta in discesa. Davanti a noi si apre una gigantesca vallata e in fondo si intravede il tetto del rifugio, di un rosso scuro molto riconoscibile. Scendere non è più facile che salire, anzi. Sebbene lo sforzo muscolare richiesto sia minore, la discesa mette sotto stress le articolazioni, a me in particolare alle ginocchia, e richiede uno sforzo mentale notevole. Scivolare è molto facile, il terreno è piuttosto arido e la polvere quando si deposita sulle pietre può giocare brutti scherzi. Dopo circa un’ora, giunti al fondo della valle e prossimi a rifugio, avvistiamo un laghetto. Pervasi di gioia, nel giro di qualche minuto ci siamo tutti spogliati e buttati a bagno. Più che di un laghetto, si tratta di una pozza d’acqua della grandezza di qualche metro, ma l’acqua è pulita e freschissima e questo a noi basta. Abbiamo tutti sentito parlare di dei bellissimi laghi lungo il GR20 e speriamo che questo sia solo un assaggio.Camminiamo un altro centinaio di metri e siamo finalmente al rifugio, che si trova in mezzo ad una zona boschiva non troppo fitta. Sistemiamo le tende e ci mettiamo a nostro agio, anche questa giornata volge al termine. All’esterno del rifugio c’è un grande terrazzo che si affaccia sul resto della vallata, offrendo una vista a perdita d’occhio quasi fino al mare. La fine di questa limpida giornata si trasforma in un tramonto mozzafiato, che contribuisce a creare un atmosfera davvero surreale. Oggi restare svegli dopo cena si presenta da subito molto difficile. Al di là della stanchezza fisica, l’essere sotto il sole per tutto il giorno la sera mi fa sentire spossato oltre che infreddolito. Mi concedo un paio di partire a carte con Tito, Beppe e Tommy. Da bravi italiani il gioco della carte è accompagnato da schiamazzi e insulti, che ci vengono gentilmente ritornati dagli amici francesi che stanno provando a dormire dentro il rifugio. Meglio andare a dormire.

La colazione è la mia prima sfida della giornata. La nostra cucina mobile liofilizzata stamattina prepara scrambled eggs, uova strapazzate. Le butto giù al pensiero che quelle energie mi servono per affrontare la giornata. La tappa di oggi è molto corta, appena 5 km, ma con un tempo di percorrenza previsto di circa 6 ore e mezza. Questo significa solo una cosa, tanta salita e tanta discesa. Del resto siamo qui per questo, quindi guai a chi si lamenta. Qualche minuto dopo esserci lasciati il rifugio alle spalle, il sentiero passa per un ponta tibetano sospeso sopra un fiume. Ci fermiamo per scattare qualche foto, con Giuse che da sfogo alla fantasia con svariate prospettive e angolazioni. È già piuttosto tardi, anche stamattina non siamo riusciti a partire presto e ci aspetta una lunga salita sotto il sole. Inizialmente il gruppo procede unito e compatto. Il sentiero lascia il posto dei lunghi tratti di salita su roccia, sulla qualche ci inerpichiamo grazie anche alle catene fissate alle pareti da dei grossi chiodi. Oggi capisco finalmente perché, informandomi su vari siti web prima della partenza, è fortemente sconsigliato mettersi in cammino sul GR20 con la pioggia. La ragione è che questi tratti rocciosi tendono a diventare estremamente viscidi se bagnati, ma lo realizzo solo dopo uno scivolone. La roccia era resa umida da un piccolo rivolo d’acqua fuoriuscente dal terreno (poco lontano da noi scorre un fiume) ma non ci avevo dato troppa importanza. Nel frattempo il gruppo si è sgranato, in testa Pietro, Giuse e Omar sono scomparsi, io li seguo con Tito e Tommy, ma rimango poi da solo. Fa caldissimo, oggi veramente troppo. In un’ora di salita facciamo fuori due litri d’acqua a testa. In cima però ci aspetta una ricompensa, quando lo vedo quasi non ci credo. Un lago, non una pozza d’acqua ma finalmente un vero lago. In tempo zero siamo tutti a mollo. L’acqua è uno spettacolo, limpida e meno fredda di quanto me la aspettassi. Una piccola formazione rocciosa sulla sponda opposta del lago offre anche la possibilità di tuffarsi e parte subito la sfida. Il vincitore è Google che riesce a fare un giro e mezzo in avanti, entrando in acqua di testa in maniera praticamente perfetta. Trascorriamo diverse ore al lago e ci raggiungono altri camminatori, non ha prezzo vedere la loro espressione estasiata quando se lo trovano davanti alla fine della estenuante salita.

Decidiamo di ripartire dopo pranzo, in modo da non doverci fermare più. Ci aspetta dell’altra salita, restano circa 400 metri di dislivello per arrivare al punto più alto della tappa, a 1994m, per poi iniziare la discesa verso il Rifugio d’Asco Stagnu. Procediamo in direzione della forcella situata tra le due cime che sovrastano il lago. Come al solito fa caldo e la salita non è una passeggiata di salute, ma le gambe iniziano a prendere il ritmo ed arriviamo in cima senza intoppi. Prima di imboccare la discesa, percorriamo qualche centinaio di metri in quota aggirando la cima della montagna. Tutt’intorno siamo circondati da roccia, niente alberi o vegetazione, solo roccia. L’impressione è di essere molto in alto, anche se appena sfioriamo i 2000 metri. In tratti come questo, ci si dimentica di trovarsi su un’isola. In mezzo a quel panorama montuoso il mare sembra distante anni luce, invece la Corsica è in grado di unire il maniera sorprendentemente ravvicinata questi due mondi. La discesa verso il rifugio è molto simile a quella del giorno precedente. La prima parte è piuttosto ripida e presenta dei tratti tecnici. Cerco di usare i bastoncini per scaricare parte del peso del mio corpo e dello zaino sulle braccia al posto delle ginocchia, che a fine giornata cominciano sempre a farsi sentire. Il secondo tratto della discesa è più tranquillo, la gambe ormai vanno pressoché da sole e la mente è libera di iniziare ad assaporare il meritato riposo. Arrivati a quota 1400m, apprendiamo che il rifugio si trova ai piedi di una stazione sciistica. È molto diverso da quelli visti fino ad ora, molto più moderno ed attrezzato. Il campeggio si estende per questa zona pianeggiante in fondo alla vallata, è spazioso e non lontano da un ruscello in cui rinfrescarsi e lavare i vestiti, non possiamo chiedere di meglio. Occupiamo un tavolo sul terrazzo del rifugio e ci lasciamo andare in un aperitivo rigeneratore. Difficile quantificare il numero di salami, formaggi, pagnotte e birre che sono state fatte fuori quella sera.

È proprio vero che il GR20 è alla portata di tutti, ma facile per nessuno. Ogni giorno rappresenta una sfida, ma la fatica viene sempre abbondantemente ricompensata!

Adventure Addicted é passione, avventura e condivisione. Da sempre siamo fermamente convinti che aver al proprio fianco i giusti compagni sia il segreto per rendere ogni avventura indimenticabile, non importa se ci si trovi nel giardino di casa o dall’altra parte del pianeta. Nella sua essenza più profonda, l’avventura é fatta per essere condivisa. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito a rendere questa avventura così speciale! Un grazie particolare va anche a @vibram per avere creduto in noi e in questo progetto, oltre che ai nostri partner tecnici  @ferrino_official e @thule.

 

di Alessandro Viale