AA Travel Via Della Seta pt.1 – Da Trieste Al Monte Olimpo

2 mesi; 16.300 km; 12 paesi; 5 Catene Montuose; 4 Mari; 2 Deserti. Questi sono alcuni numeri dell’AATravel Via Della Seta. Per due mesi Pietro Lamaro, Luca Bizzotto e Valerio Ventola hanno viaggiato attraverso Europa e Medio Oriente alla ricerca di paesaggi, popoli, culture ed esperienze che valessero la pena di essere vissute. Nel primo dei tre capitoli attraverso cui vi racconteremo questa epica avventura, Valerio narra l’attraversamento dell’Europa Orientale da Trieste fino all’ingresso in Turchia, passando per la scalata del Monte Olimpo in Grecia.

Ore 6,30 di mattina, Roma, treno direzione Trieste, per farmi trovare all’appuntamento di una delle esperienze più divertenti e interessanti della mia vita. Alle 13,30 circa sul lungomare di piazza Risorgimento appare Mafalda, un fuoristrada Toyota Land Cruiser del mio amico Pietro, con la quale avevamo già consumato avventure straordinarie e che ci ospiterà anche in questa. Insieme a Pietro scende dalla macchina Luca detto “Bizzo”, suo amico, e presto anche mio, nonché compagno di avventura. Brevi convenevoli, panini preparati sul cofano di Mafalda e siamo già partiti, armati di un entusiasmo sconfinato quanto il viaggio che stavamo per intraprendere.

3

Da sinistra: Valerio, Luca e Pietro negli attimi precedenti alla partenza a Trieste. 

Toccata la Slovenia siamo già in Croazia, è il primo giorno e andiamo veloci, c’è tanta strada davanti a noi: maciniamo cosi 500km di autostrada, con la promessa di non servirsene più, fino ad arrivare a Sud di Spalato in un campeggio abbandonato. Qui ci aspettano, con una tavola imbandita di pasta e birre, Leonardo e Luca Sala, il ragazzo che ride sempre. I due, montanari delle Dolomiti Venete e amici di Pietro e del Bizzo, stavano facendo un giro della Croazia di una settima in sella al loro performante furgone, ignari del fatto che sarebbero diventati nostri compagni di viaggio fino in Grecia. La mattina dopo, quella che era una dritta di Luca e Leo su dove passare la notte, si è rivelata un posto meraviglioso con una spiaggia dall’acqua di smeraldo limpido e un sole che coccolava le membra. Si lascia dopo qualche ora di giochi quello splendido luogo verso Mostar, Bosnia e Erzegovina, una grande città nel cui centro storico caratteristico sorge il “ponte vecchio” alto più di 20 metri, da cui si è soliti fare gare di tuffi professionistiche. Assistiamo a una performance e in un attimo a me e il ridente Luca viene in mente la malsana idea di prendere il volo dal ponte, ma fortunatamente i tuffatori del posto ci dissuadono dall’assurdo proposito. Lasciamo la città e continuiamo a solcare le strade statali Bosniache, che si snodano fra colline e pianure, rimaniamo ammaliati dalla loro bellezza e da vecchie contadine e pastori che con sorrisi gentili rispondevano ai nostri saluti. Col buio non sappiamo cosa fare, google maps ci indica una mulattiera di qualche chilometro, la imbocchiamo e dopo poche centinaia di metri troviamo lo spazio adatto per due macchine e una tenda.

4

loc. Donje grancarevo, Bilecko jezero, Montenegro.

Ci sveglia l’alba con la sua aria frizzante e la sua luce che ci permette anche stavolta di renderci conto dove siamo: una stradina di campagna costeggiava un laghetto bellissimo, contornato dal verde e incorniciato dalle belle montagne bosniache, le quali ci ospiteranno ancora qualche ora. Dopo l’abbondante colazione di nuovo in sella: c’è il confine del Montenegro da varcare per arrivare in Bosnia, immersi tra suggestivi valichi e passi. Poco dopo la dogana ci imbattiamo di nuovo in un lago costellato da una galassia di isolette nel suo bacino, che dall’alto donava una splendida vista. Facciamo volare il drone, gioco preferito per le nostre riprese. Con i nostri occhi ammiriamo il tutto e poi via, direzione Poseljani. Qui, ricerche fatte in precedenza, ci suggerivano di una cittadina abbandonata, immersa nel verde, dove i rampicanti assoggettavano totalmente le rovine. Questo meraviglioso ecosistema che si estende intorno a Skadarsko Jezero (l’equivalente bosniaco di “lago”) ci ipnotizza al punto di distoglierci dalla visita dei verdi ruderi, ammirati comunque da lontano. Bizzo, cocchiere di Mafalda, tra stradine di montagna, ci porta dritti allo specchio d’acqua, proprio nel punto dove verdi montagne e un fiume vi si gettano armoniosamente. Continuiamo a esplorare il luogo per le suoi sentieri e lo onoriamo consumandoci il pranzo. Si riparte alla volta dell’Albania e nel pomeriggio giungiamo al mare dove, Luca ed io, come richiamati da canti di sirene, ci gettiamo nella splendida acqua. È pomeriggio inoltrato e la Macedonia sarebbe stata la nostra ultima tappa prima della Grecia. Di sera arriviamo alla dogana e all’uscita dall’Albania ci controllano le macchine. I poliziotti di frontiera frugano fra le innumerevoli cose che avevamo, dalle padelle agli sci. Tutto ok, infastiditi mettiamo in ordine e ci accingiamo a varcare la dogana Macedone: sbarra chiusa. Il doganiere non la apre, ci manca l’assicurazione e questa volta non potevamo farla come al solito superato il confine poiché era tardi e gli uffici erano chiusi. Con le radio sentiamo gli altri, che invece, coperti dalla loro assicurazione, già scorrazzavano per il paese e decidiamo dunque di darci appuntamento in Grecia.

Guidiamo diverse centinaia di chilometri coprendo l’ultimo pezzo di Albania e varchiamo il confine con la Grecia. È notte e le sporche sponde di un lago ci offrono spazio per il pernotto. Questa volta però a svegliarci è una colata di cemento condita da molta spazzatura e merda di pecora. Il pessimo risveglio non intacca l’entusiasmo per l’avventura ellenica, Meteora e Monte Olimpo ci aspettano. La prima avrebbe segnato il punto di ritrovo con gli altri, reso estremamente articolato da un incidente al loro furgone. L’infame sinistro si consuma pochi chilometri alle nostre spalle, per un difetto ai freni del van dei nostri compagni, li raggiungiamo e capiamo la situazione. C’è poco da fare: carro attrezzi e meccanico, cosa che ci mette non poca ansia a causa dei numerosi chilometri ancora da percorrere e del giorno che avremmo perso ad aspettarli. Forti d’animo li salutiamo con la promessa di rivederci sul Monte Olimpo. Arriviamo in solitaria a Meteora, non ce ne rendiamo neanche conto e ci ritroviamo circondati da formazioni rocciose verticali che dominano la pianura. Urliamo e gasati iniziamo a salire per ammirare la prima grande meraviglia “senza senso” di questo viaggio. In cima apprezziamo il panorama sconfinato fatto da una grande pianura, le cittadine e le altre mastodontiche rocce con i loro monasteri, arroccati e incastonati nella pietra. Se il panorama si può descrivere in qualche modo, l’emozione provata in quel luogo risulta davvero difficile da decifrare. Stava per sopraggiungere il tramonto e noi, che esploravamo quasi da un’ora i sacri picchi, arrampicandoci, giungiamo in un luogo abbastanza isolato tale da poter permettere di assaporare l’immensa potenza del paesaggio, immersi in una dimensione privata e nostra. Da oscar la documentazione aerea tramite drone della cena da parte del pilota Pietro. Più felici che mai lasciamo Meteora e le sue meraviglie per coprire i 250 km che ci separavano dalle pendici del Monte Olimpo.

8

Il trio in cima ad uno dei famosi monoliti rocciosi di Meteora, Grecia. Sulle sfondo uno dei monasteri. 

Sono le 23 circa e siamo a Prionia (1100m), campo base. La mattina seguente ci prepariamo a scalare il divino monte. Per prima cosa visitiamo il monastero di San Dionisio, a pochi minuti da Prionia, come per propiziare la buona sorte in vista dell’ascesa. Tornati alla macchina, prepariamo tutto il necessario per la notte da passare in cima. Avendo gli altri appena riparato la macchina, rimaniamo con l’accordo di salire noi per primi, e loro, arrivati a Prionia quella sera, ci avrebbero raggiunto l’indomani per fare così la vetta e la discesa insieme. Nel primo pomeriggio si sente in coro: “partiti vez!”. Dopo due ore, immersi nel giallo e rosso nitidi del bosco autunnale, arriviamo al rifugio a 2100 m. Il freddo si fa sentire e, stremati, avendo impiegato la metà del tempo raccomandato, ci copriamo, montiamo la tenda e ci rilassiamo con del biondo infuso. Mangiamo la nostra cena, vediamo le foto fatte e molto presto siamo a letto. I -3 gradi calati durante la notte non si sentono, la nostra tana ci tiene al caldo, così ci svegliamo rigenerati pronti per conquistare la vetta. Mentre stavamo mettendo tutto in ordine appaiono Luca e Leo, fra gli abbracci e le risate si fanno le 9,30. Il gruppo riunito adesso può onorare l’accordo stipulato 1000 km prima e partiamo. Il paesaggio cambia, il bosco scompare e inizia la roccia propria delle cime, il sentiero si fa a tratti più ripido e segue i costoni della montagna. A quota 2600m vediamo la via per Mytikas, la vetta, 2918m. Saliva per una parete abbastanza esposta, non proprio verticale ma quasi, dove ogni tanto spuntava qualche pezzo di ferro piantato nella roccia per salirvi imbragati, diversamente da noi. Procediamo senza troppi indugi alla scalata, con gli zaini da 10 kg e la fatica sui quadricipiti, ma l’attenzione e il rispetto per la montagna erano fortissimi alleati contro la paura di eventuali passi falsi. Siamo in vetta e, dopo questi ultimi 300 m di dislivello, impegnativi più mentalmente che fisicamente, la vista è fantastica. Il cielo grigio a tratti ci apre spiragli tra le nubi, benedice il traguardo e noi lo onoriamo con un caldo infuso e cioccolata. Attraverso un’altra via scendiamo dalla vetta e un gruppo di caprioli in lontananza inizia a danzare con zampa veloce correndo lungo l’altopiano, immortaliamo la scena.

Dai 2100m a Prionia la strada fra i boschi già la conosciamo e, tornati stanchi al rifugio da cui eravamo partiti, ci concediamo un pranzo al ristorante per salutare Luca e Leo che avrebbero preso la via del ritorno in Italia .Al banchetto si brindava alla missione compiuta suggellando così la nostra amicizia. Fra abbracci e saluti le strade si dividono, il muso di Mafalda ora volge verso la Turchia.

Valerio Ventola

 

Adventure Addicted
Autore
Adventure Addicted