E’ da una goccia d’acqua che si forma una cascata

Salut Philippe! Tout bien?

Iniziano sempre così le conversazioni tra me e Fillou, il mio caro amico di Bonneville, a due passi da Chamonix, conosciuto in cima a un canale tra le montagne di casa. Pompiere, 41enne e un figlio, fighissimo, Malò.

Insieme a Fillou purtroppo non abbiamo fatto molte cose, non è facile organizzarsi vivendo in due Paesi diversi anche se confinanti, soprattutto in tempi di Covid. Poche avventure ma buone, d’altronde è questo che conta: la qualità non la quantità. Qualche canale insieme in Dolomiti, la prima volta nel Vallencant sul Cristallo, Chamonix e il Col du Plan. Poco di più, ma tanti sogni e progetti.

Finalmente ci siamo ritrovati, stesso legame, stessa filosofia: quality time.

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Fillou tra le sue montagne di casa, a Chamonix

“Salut Philippe! Tous bien?”

           “Ciao Pietro! Oui et toi? J’ai trois jours libre: 7, 8 et 9 fevrier ! On va grimper?”

“Magnifique! Cogne?”

           “Super!”

 

Sempre così, con semplicità e partecipazione, non abbiamo bisogno di molto, solo qualche montagna da scalare o sciare, taglieri da mangiare e birre da bere. Al resto ci si penserà.

Cogne

Un piccolo comune di 1372 abitanti, alle spalle del Gran Paradiso, a poco più di 1500mt d’altitudine. Patria indiscussa dell’arrampicata su ghiaccio. Quanta storia, di questa disciplina, è stata scritta nei bar di Cogne. Tra la Valnontey e la Valeille sono innumerevoli le cascate da scalare e penso che l’unico che le abbia mai scalate tutte sia Ezio Marlier.

Ed è proprio Ezio la prima persona che io, Tommi, Ila e Philippe incontriamo non appena arrivati al parcheggio per la Valeille, col suo sguardo sorridente e le leggendarie salite che lo precedono. Non avevo mai conosciuto di persona Ezio, ma sapevo benissimo chi fosse e non ho resistito:

Ciao Ezio!” – sorpreso dell’incontro cerco di intercettare lo sguardo di Tommi consapevole che sarebbe stato affascinato dallo scambiare due parole con lui.

“Come stai?”

“Ciao ragazzi, benissimo, voi? Bella giornata, ghiaccio, poca gente…che volete di più?”

 

Che lusso poter parlare con Ezio Marlier, poter chiedere a lui qualche consiglio sulle condizioni delle cascate, ma soprattutto poter dire di averlo conosciuto nel suo habitat naturale. Mi sentivo fortunato, credo fosse un segnale averlo incontrato, si prospettavano giorni intensi.

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Il team prima dell’arrivo di Filou

Io amo la montagna, la amo per il suo insieme, per quello che può offrire alla vita e allo spirito. Per me non è questione di grado, difficoltà o pendenza, certo sono aspetti molto importanti, ma è la magia che la circonda che più mi affascina. È la bellezza di mangiare, in quattro, una Fondue originale, preparata da un francese, in un furgone Volkswagen, con qualche birra in corpo, dopo aver scalato tutto il giorno delle cascate di ghiaccio, a rendermi davvero felice. Ovviamente siamo mossi dalla cascata, dalla salita, dalla vetta e dalla discesa, ma cosa sarebbe la montagna senza la birra al rientro? Senza il sogno di un tagliere valdostano sull’ultimo tiro della via alle tre di pomeriggio, senza aver mangiato nulla tutto il giorno? Senza la sinergia che si crea tra due soci che si legano alla stessa corda? Sarebbe solo montagna, invece a me, a noi, piace vivere la montagna in stile Adventure Addicted: a 360°.

Dalla sorgente alla cascata

Tutto inizia con Tommi e Ila alle 6.15 di sabato mattina, partiamo con Clementino (il mio furgone) alla volta di Cogne, le alte temperature ed un tempo a dir poco pessimo ci accompagnano per le oltre due ore e mezza di viaggio. Devo ammettere che l’entusiasmo è ai minimi storici, ma almeno siamo insieme e le risate non mancano di certo.

Nebbia, freddo e vento ci accolgono al parcheggio della Valnontey, gli obbiettivi della giornata sbiadiscono lentamente, ma dopo aver visto un gruppo di francesi dirigersi verso le cascate si riaccende, come d’incanto, la motivazione e partiamo con direzione Patrì.

Nonostante il tempo, la via era super! Come dimostrano i sorrisi dell’ormai consolidato trio

Essendo membri onorari del Chin Chun Clan non può di certo mancare il consueto rito alla base della colata, sono ormai le 10 passate visti gli innumerevoli errori sul sentiero. Per fortuna, il brutto tempo mantiene le temperature relativamente basse ed iniziamo la salita. La linea classica la snobbiamo con supponenza, decidendo di salire per le candelotte di destra, l’obbiettivo è pur sempre quello di faticare, o sbaglio? Saliamo a buon ritmo, scherziamo e ci divertiamo, ovviamente non manca qualche imprecazione per aver scelto una linea poco adatta alle prime spiccozzate dell’anno.

Fortunatamente per spiccozzare non serve vedere troppo lontano

Il rientro, come da regola, al buio con le frontali, anzi noi le frontali neanche le avevamo e approfittiamo della presenza dei francesi per rubargli un po’ di luce… i soliti italiani.

Clementino ci aspetta e ci accoglie a -10°C, il Webasto non funziona, l’ansietta per la notte inizia a salire.

Fa talmente freddo che mangiamo una pasta con un barattolo di pomodori pelati rovesciato dentro a crudo, senza olio, pur di immergerci, quanto prima, nel sacco a pelo. Tommi, ovviamente, di traverso nei sedili anteriori con il freno a mano inserito…non si può dire dove.

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La prelibatezza 

“Buongiorno! Com’è andata stanotte Tommi?” – chiedo.

Risponde Ila senza alcun rispetto – “Io ho proprio dormito benissimo!”

Dopo poco arriva un grugnito dai sedili anteriori – “Maledetto Signor Mario!” esclama Tommi.

Nella notte ha nevicato e seppur pochi centimentri, il Signor Mario con la sua ruspa a propulsione e fanali da 80.000 lumens ha lavorato incessantemente disturbando il sonno del povero Tommi esposto ai finestrini di Clementino.

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Il rimedio di Tommi ad i fari del signor Mario

È domenica mattina e finalmente arriva Philippe, è sempre un bel momento rivedere un caro amico. Nonostante sia inizio febbraio le temperature rimangono piuttosto alte e l’indecisione su quale cascata affrontare cresce. Rimaniamo saldi sulla scelta e partiamo, io e Fillou, alla volta del Candelabro del Coyote, Tommi e Ila per Tuborg.

Il Candelabro del Coyote

Fa caldo ma riusciamo a salire senza tanti intoppi, almeno fino alla discesa. Alla terza doppia, quando io ero già felicemente con i piedi saldi a terra, Philippe appeso nel vuoto a fianco alla candela del secondo tiro, realizza di aver lasciato le piccozze in cima. Io ovviamente non ho nessuna voglia di tornare su, Philippe non sa se scendere e abbandonarle, o se risalire le corde.

Restiamo quindi oltre dieci minuti in stallo, con lui, appeso nel vuoto, ed io, speranzoso di non dovermi riscalare tutta la cascata per la seconda volta in giornata. Decidiamo di far qualcosa: lego le mie picche alle corde e lascio salire Philippe, dovrà scalare il terzo tiro in autosicura, mi sento in colpa, ma ero certo che sarebbe riuscito nella sua impresa. E così è stato. I pensieri e i sensi di colpa aumentano, ma dopo circa un’ora e mezza, vedo finalmente ricomparire dalla candela Fillou, questa volta con tutte e quattro le picche con se. Missione compiuta.

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Fillou  vittorioso in calata

Soddisfatti rientriamo a Lillaz e raggiungiamo Tommi e Ila per la birra e il tagliere della giornata, anche questa volta più che meritati!

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L’agognato traguardo

Nota: dal Candelabro del Coyote si vede benissimo Stella Artice, rinomata per il free standing di 5 al centro della salita. Viste le alte temperature della settimana passata che rendono magra la cascata, non mi sarei mai neanche lontanamente sognato di andarla a scalare…eppure dopo la seconda birra, con fare divertito e sguardo in cerca di complicità, Fillou mi propone Stella Artice come obbiettivo per il giorno seguente. Ma chi sono io per dire di no?!

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Sulla sinistra Stella Artice 

Mentre gli altri preparano la Fondue nel furgone di Philippe, io non riesco a smettere di leggere relazioni sulla salita. Forse è un po’ dura per me che ho da poco iniziato a scalare su ghiaccio. Mi sento tuttavia a mio agio ed inoltre, prego il dio del Chin Chun Clan per non farmi vincere il tiro duro al mattino seguente.

Partiamo presto, concentrati e determinati, tanto che in cento metri, perdiamo di vista Tommi e Ila proiettati alla Chandelle Levure. Arrivati alla base, la concentrazione distorce l’insanità del nostro progetto. Vinco! Ho vinto! Ho vinto il chin chun chan e posso partire io sul primo tiro, ciò significa che sarà lui, Philippe, l’artefice di questa folle idea, a scalare il candelotto centrale.

Dalla gioia scalo veloce e fluido sul primo tiro, forse comunque il più duro che abbia mai affrontato, ma era talmente tanta la felicità di non dovermi scontrare con l’esile candela, che arrivo in sosta con scioltezza. Proprio alla base della candela. “Minchia!” penso, “che palo!”

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Philippe inizia quindi il tiro più duro della via. Acqua nei guanti, nella giacca e negli scarponi. I primi cinque metri a 90° sono una pioggia continua, anzi un flusso ininterrotto d’acqua che disturba la concentrazione. Come fosse la tortura cinese della goccia sulla fronte, finché non smette non ti rilassi mai. Qualche bel movimento, sospeso sulle picche, cento metri d’aria sotto i piedi ed è proprio nel momento in cui pensi di non farcela ad uscirne pulito, che la candela regala la soddisfazione di avercela fatta.

“Bravo Fillou! Chapeau! C’était vraiment magnifique.”

Un altro paio di bei tiri sostenuti e siamo in cima a Stella Artice: che gran bella via!

Stella Artice in tutto il suo innegabile splendore

Penserete che sia finita qui e invece no. Come se non bastasse, a fianco a Stella Artice, con degli strapiombanti tiri di misto, salgono Jedi Master e Inachevé Conception. Orgogliosi delle nostre salite dichiariamo aperta la sfida con Inachevé Conception. Rientriamo ai furgoni, ci sistemiamo per bene, una – due – tre birrette, solito tagliere misto e fortunatamente realizziamo che per il quarto giorno di fila su ghiaccio dormendo a -15° in furgone forse poteva essere un po’ dura una via di M8 con stalattite di 5+. “Ouff meno male siamo d’accordo” – penso.

Sorseggiando birra del Mt. Blanc e mangiando patate e costicine, decidiamo che avremmo affrontato Tuborg. Ma non la classica Tuborg, figurati, una Tuborg rivista: la sfida è quella di salire tutti i muri della cascata per la linea più ripida e impegnativa “…ma perchè? non so….”

“Tranquille, Pietro tranquille, respire bien!”

Ripete Philippe dopo ogni mio centimetro salito.

“Tranquille, vaz i!”

Tuborg sotto uno splendido cielo azzurro

Che fatica! Quattro giorni consecutivi appesi alle picche mi stanno facendo esplodere le braccia, per fortuna anche Fillou oggi è stanco, mi sento sollevato a saperlo. Ma ormai nulla ci può fermare e scaliamo Tuborg nella sua integrità. In molti evitano l’ultimo tiro di questa bella e ripetuta cascata, perchè collegato da un trasferimento di ca. 150mt di dislivello.

Ovviamente, sprofondando nella neve profonda, sono più i passi che facciamo indietro che quelli in avanti, ma non possiamo di certo non portare a termine l’obbiettivo della giornata.

In cima, ridendo e contenti per i bellissimi giorni passati insieme pensiamo: “Meno male che non siamo andati su Inachevé Conception!”

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Segnati, ma contenti per le avventure vissute

Rientrati al parcheggio sistemiamo la nostra attrezzatura, ultimo tagliere, ultime birre e ci salutiamo calorosamente, senza avere idea di quando torneremo a farci forza insieme, legati alla stessa corda per lo stesso obbiettivo. “Salut Fillou, merci beaucoup!”

Col passare del tempo, aggiungendo salite di ogni tipo alla mia esperienza, mi rendo sempre più conto di quanto lo spirito Adventure Addicted ci faccia apprezzare il nostro territorio, i nostri sforzi, le nostre amicizie e il tempo impiegato per ricercare la felicità.

Perché, d’altronde, è questo che ci offre la montagna, spassionati momenti di felicità e amicizia.

 

Pietro

 

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