Roccia e Neve, i due volti dell’inverno sulle Liguri

La cosa che più di tutte mi appassiona e affascina della montagna è la sua multidimensionalità. La montagna non è mai uguale a se stessa. Il suo continuo mutamento può portarla nel giro di pochi giorni, o addirittura ore, a cambiare completamente aspetto. Di conseguenza, anche i mezzi con cui noi appassionati scegliamo di goderci una salita o una discesa, si adattano al cambiamento.

Spesso capita che la scelta non sia obbligata: ci sono giornate in cui la montagna offre tante possibilità diverse e sta a noi scegliere quale cogliere, in base al tipo di emozioni che cerchiamo o al nostro stato d’animo. Ogni gita è in realtà un continuo gioco di scelte, che cominciano ben prima di quando ci allacciamo gli scarponi. La capacità più ammirevole di chi ha molta esperienza in montagna, oppure conosce particolarmente bene una certa zona, è quella di saper coniugare l’interpretazione degli elementi oggettivi con un pizzico di istinto, per decidere dove, quando e “come” andare a divertirci nel nostro parco giochi preferito.

“Leggere la montagna” non è esattamente il mio forte, forse anche perché ho sempre avuto la fortuna di farmi guidare da compagni molto più forti ed esperti di me. Tuttavia, nel corso dell’ultimo anno, trascorso “confinato” sulle montagne di casa, mi rendo conto di aver sviluppato una certa sintonia con l’ambiente circostante e questo mi riempie di gioia. Oggi voglio raccontarvi di due gite recenti, nelle quali ho avuto la sensazione di essere nel posto giusto al momento giusto. In un caso avevo gli sci ai piedi, nell’altro le scarpette d’arrampicata, ma le montagne erano le stesse.

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Da sinistra: Cima delle Saline, Pian Ballaur, Punta Emma, Cima Bozano (credo) e Punta Marguareis.

La neve

L’alba del 15 Febbraio è gelida. Da diversi giorni Burian, un vortice di perturbazioni e aria fredda proveniente dall’artico, infuria su tutta Italia facendo registrare temperature estremamente rigide. Quale miglior momento per una gita scialpinistica di due giorni nel cuore delle Alpi Liguri? La verità è che Alberto, mio amico e compagno per questa piccola avventura, si è già preso le ferie da lavoro e dunque non ci resta che metterci addosso qualche strato in più e sperare che i nostri sacchi a pelo facciano il loro dovere. Partenza da Sanremo alle 6 spaccate, direzione Carnino, una piccola borgata in alta Val Tanaro, che d’inverno è in realtà completamente disabitata.

Con il senno di poi, posso dire che il viaggio in macchina è stato il momento più freddo di tutta l’avventura. Albi ha questa assurda teoria secondo cui l’ acclimatamento va cominciato durante il viaggio, tenendo i finestrini abbassati perché “se no poi una volta arrivati abbiamo freddo”.

Gli ultimi preparativi di zaini e materiale avvengono nel parcheggio di Carnino Inferiore alla piacevole temperatura di -9°, che però effettivamente non patisco più di tanto. Che abbia ragione lui? Addirittura, vista l’ignota entità del portage che ci attende, mi decido a partire lasciando il piumino dello zaino. A proposito di zaino, tra me e me penso che è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che l’ho sentito così pesante. Niente comunque in confronto al sacco di piombo che ci siamo portati sulla schiena per una settimana durante Symphony on Skis, la traversata dei ghiacciai Neozelandesi.

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Le prime luci dell’alba sulla Cima delle Saline.

Comincia dunque la nostra lenta marcia verso la Cima delle Saline (2612mt), la terza vetta più alta delle Alpi Liguri. La prima ora si consuma con una snervante alternanza di sci in spalla – sci ai piedi – sci in mano lungo un sentiero in gran parte ghiacciato. Usciti dalla vegetazione, il sole ci illumina con i suoi primi raggi e l’ambiente inizia a scaldarsi.

Il cielo è terso e la giornata si prospetta stupenda, ma entrambi ci stupiamo quando circa un’ora dopo, risalendo i pendii che portano al Passo delle Saline, iniziamo a patire il caldo. Burian si è dileguato prima del previsto ed evidentemente il freddo di stamattina non era che il risultato dell’inversione termica. Arrivati al Passo delle Saline, scegliamo di proseguire la salita attaccando direttamente il versante SE, che sarà anche la nostra linea di discesa, un lungo scivolo con pendenza sui 35°.

Sono circa le 11, la neve è già ampiamente trasformata e da poca confidenza nonostante i coltelli, le girate sono delicate visto che né io né Albi abbiamo una tecnica da manuale. Arrivati alla base del ripido canalino che porta alla cresta finale, ci fermiamo per decidere il da farsi. Siamo stanchi e poi fa veramente troppo caldo, perciò per sicurezza meglio stare lontani dal ripido. Optiamo per un veloce cambio di assetto e discesa, che comunque si rivela divertente in queste inaspettate condizioni primaverili.

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E’ febbraio ma con questo sole sembra già primavera

Ritornati al Passo delle Saline, buttiamo finalmente l’occhio nel vallone che ci condurrà al nostro riparo per la notte, il rifugio Mondovì. Qui la situazione è decisamente diversa: l’esposizione a NO e la struttura “incassata” del vallone hanno consentito alla neve di preservarsi in quantità. Ci lanciamo giù per il pendio e dopo le prime curve scoppiamo in un istintivo urlo di gioia.

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La polvere!! L’abbiamo trovata!”

Dolci pendii e ambiente spettacolare. La discesa verso il Mondovì è tutta da godere, tranne che per il piattone finale – dove non abbiamo ripellato per pigrizia, facendo però molta più fatica – e per l’attraversamento del fiume.

Al nostro arrivo scopriamo che la porta del locale invernale è bloccata da 10 centimetri di ghiaccio formatosi sul pavimento. Ci vorrà un quarto d’ora buono di spiccozzate prima di riuscire ad entrare. In ogni caso è impossibile lamentarsi, il rifugio si presenta accogliente e caldo, grazie ad una ventolina che sputa aria tiepida proveniente da non si sa dove.

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…altro che ghiaccio, questo è permafrost”

La serata trascorre piacevolmente. Mangiamo, Albi mi fa vedere come fare le triangolazioni secondo il metodo CAI con cartina e bussola, studiamo il piano d’azione per l’indomani. Qualche foto prima che sulla valle calino definitivamente le tenebre e poi ci infiliamo di buon grado nei sacchi a pelo.

La sveglia suona presto, ma non troppo e mezz’ora dopo siamo in marcia. Dietro le vette si comincia ad intravedere un bagliore luminoso che è sufficiente ad evitarci l’uso delle frontali. Il primo checkpoint di oggi è il Colle Biecai (2005mt), verso cui ci dirigiamo lentamente facendoci strada a fatica nella stessa bellissima neve polverosa sciata il giorno prima. L’ultimo tratto ripido per arrivare al colle lo affrontiamo con gli sci nello zaino, affondando nella neve fino alla vita.

Da qui si apre una vista bellissima su un vallone di cui non conosco il nome, ma che è delimitato a Sud dal Colle del Pas, nostro secondo checkpoint di giornata e termine della salita. Vediamo anche distintamente Punta Carmelina e Punta Emma, la due cime più orientali del massiccio del Marguareis. È da li che comincia la traversata integrale del Marguareis, uno dei tanti progetti in cantiere per questa estate.

Early birds gets the pow! In salita però…

Una lunga e graduale salita in ambiente spettacolare ci porta finalmente al colle. Togliamo le pelli, con la piacevole consapevolezza che salvo imprevisti non dovremo più rimetterle. Ci aspetta una assolata discesa verso Sud, con il mare sulle sfondo, ancora una volta in condizioni primaverili.

Sciamo con molto entusiasmo ma con la grazia tipica di chi ha le gambe stanche e uno zaino pesante sulla schiena. Sfioriamo  il rifugio Seracco Volante, per poi buttarci verso il passo delle Mastrelle, ultimo checkpoint di giornata. A questa quota l’innevamento è già piuttosto scarso, il che non è necessariamente un male perché ci evita preoccupazioni legate ai distaccamenti. Scendiamo il ripido canalino sottostante, stando attenti alle numerose rocce affioranti e ci ritroviamo nella valle che porta a Carnino.

Traversiamo cercando di tenerci più alti possibile, andando alla ricerca della poca neve rimasta e ignorando gli orribili suoni prodotti dalle lamine degli sci contro i sassi. Un po’ di portage è d’obbligo, ma camminando con gli sci in spalla e il pilota automatico ormai inserito, inizio ad assaporare il fatto che la giornata è conclusa e tutto è andato per il verso giusto.

La roccia

Il 24 Febbraio, Burian è solo un lontano ricordo. Da circa una settimana fa così caldo che anche sui versanti settentrionali delle Alpi Liguri, il ciclo del rigelo si è praticamente interrotto. Un vero peccato, perché questo manda in fumo il mio obbiettivo di affrontare in quei giorni, insieme al mio compare Alessandro, la mia primissima via di misto. Avevamo addocchiato la Via Diretta Biancardi, sul versante NE del Mongioie, ma il momento non è propizio. Meglio sedersi al tavolo e pensare a delle alternative, che di certo non mancano!

 

Ale ma secondo te… Fa TROPPO caldo per la Biancardi, ma fa ABBASTANZA caldo per una via su roccia sulla Sud?”

 

Controllo subito le previsioni meteo per Viozene, il paesino ai piedi del versante meridionale del Mongioie, che penso rappresenti una stima piuttosto accurata.

 

“Mercoledì danno 15° di massima. L’avvicinamento sarà una ravanata, ma secondo me la parete è asciutta. Andiamo!”

 

Ricordo che immediatamente sono stato invaso da un’euforia mai provata prima. Arrampicare sulle maestose pareti di calcare del Mongioie è stato un desiderio che ho avuto fin dalle primissime volte che mi sono legato ad una corda. Dentro di me, sapevo che il momento sarebbe arrivato presto, si trattava solo di aspettare l’arrivo delle lunghe e raggianti giornate primaverili. Invece no, è Febbraio e noi siamo già qua a scalpitare, quindi andiamo! A volte, le esperienze più belle accadono proprio perché le cose vanno diversamente da come le abbiamo programmate.

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Il versante sud del Mongioie è un capolavoro artistico naturale. Osservandolo dal rifugio, lo sguardo si perde tra le placconate di calcare grigio chiaro e si insinua nei ripidi canali che le separano. Il sole illumina tutto fin dal primo mattino, conferendo ad un ambiente, comunque severo, un aspetto incantato. Per me è un piccolo angolo di paradiso!

L’unico tassello mancante a questo punto è la scelta della via. Inizialmente pensiamo alla Rocca dei Campanili, per l’evidente bellezza della parete e la qualità impareggiabile della roccia. La mia guida la descrive come il calcare più compatto delle alpi occidentali.

Poi, mossi da un senso di solidarietà verso i nostri altri amici scalatori, che bramano di mettere la mani su queste pareti tanto quanto me e Ale, ma che non possono permettersi una spedizione alpina di mercoledì, decidiamo di ripiegare sulla Rocca Garba. Parete piuttosto selvaggia e “dolomitica” a detta di molti, anche se comunque addomesticata dall’ottimo lavoro di chiodatura del mitologico Manlio Motto. Le poche vie con difficoltà sotto il 7a, alternano tratti di ottima roccia ad altri più fragili dove è richiesta la massima attenzione. Tra queste scegliamo “Quinta Sinfonia”, che sale per una linea molto bella e logica proprio nel mezzo della parete.

Avvicinamento da camosci. Nella seconda foto, sullo sfondo, la Rocca dei Campanili con il caratteristico canale dello Scudo.

Ci mettiamo in cammino da Viozene intorno alle 7:45. Per fortuna, il caldo dei giorni scorsi ha sciolto la neve sotto i 1800mt di quota, perciò procediamo spediti lungo sentieri e ripidi pratoni. Risaliamo l’ampio Canale delle Scaglie, dove incontriamo la prima neve che, come previsto, non ha ghiacciato durante la notte. Arrivati alla base di due torrioni noti come Bricchi Negri, iniziamo a spostarci verso Est seguendo un’ampia cengia. È proprio lungo questo traverso che, in uno scorcio tra i torrioni, vediamo la Rocca Garba da vicino per la prima volta.

La cengia ci porta all’imbocco di un ultimo canalino che conduce alla base della parete. A questo punto mettiamo i ramponi, si potrebbe procedere anche senza, ma tanto vale usarli visto che ce li siamo portati. Trovare l’attacco della via richiede un attimo di tempo, nonché qualche su e giù lungo lo zoccolo alla base della parete. Non mi ero mai mosso su roccia con i ramponi ai piedi ed è una sensazione stranissima, non sono affatto a mio agio. Tiro un sospiro di sollievo quando finalmente individuiamo il primo spit della via e posso mettermi le scarpette.

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“Ale indica qualcosa per la foto!” “Ok, ma cosa? Ancora non sappiamo dov’è la via”

Secondo quanto stabilito dal chin chun chan, tocca a me aprire le danze sul primo tiro e ne sono contento. La roccia è come ce la aspettavamo, buona nei tratti duri e delicata in quelli più facili. A parte che sul terzo tiro, quello chiave, dove entrambi non riusciamo a passare in libera, procediamo spediti e senza perdite di tempo.

In sosta mi prendo sempre qualche momento per ammirare l’ambiente circostante. Alle vertiginose pareti calcaree e ai sottostanti canalini innevati, fanno da sfondo le colline coperte di macchia mediterranea e il mare, anche se quest’ultimo velato da un po’ di foschia.  In 4 ore siamo in cima alla via, sbuchiamo 100 metri ad Ovest della vetta, su una cresta ancora abbondantemente innevata. Guardando verso Nord il panorama è ancora assolutamente invernale, sembra incredibile essere arrivati fin qui scalando in t-shirt e scarpette!

In azione su “Quinta Sinfonia”

Comincia a farsi tardi quindi ci affrettiamo a predisporre le calate in doppia. La temperatura sta scendendo rapidamente e le attese alle soste cominciano a non essere più molto piacevoli.

Alla base della parete ci rimettiamo gli scarponi e ci lanciamo di corsa lungo i ripidi pendii innevati. Scivoliamo come avessimo dei pattini, ribaltandoci malamente quando un passo affonda più del previsto nella neve bagnata. Quanto vorrei essermi portato gli sci! Giunti al rifugio, mettiamo il pilota automatico e ci dirigiamo a lunghi passi giù per il sentiero. Silenziosamente, cammino e mi godo lo spettacolo del bosco che viene lentamente avvolto dal buio.

Che gran giornata, la aspettavo da un sacco di tempo!

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Questa foto è in realtà della mattina, prima della partenza, ma mi sembrava ottima per concludere.

In conclusione di questo racconto, vorrei fare un piccola riflessione riguardo agli eventi climatici eccezionali che ne sono protagonisti. Penso che sia giusto cercare di sfruttare il lato positivo di ogni situazione, ad esempio approfittando del caldo fuori stagione per scalare su roccia in montagna in pieno inverno.

Nonostante ciò, è fondamentale essere consapevoli del fatto che queste anomalie climatiche sono preoccupanti e costituiscono un problema che ci riguarda tutti da vicino. Invito tutti ad informarsi su cause, dinamiche e soluzioni alla crisi climatica, magari cominciando da questo simpatico Ted Talk di Giovanni Mori  https://www.youtube.com/watch?v=Xteb_iHPM8Q&ab_channel=TEDxTalks

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