La strada per Dakar | Africa Eco Race 2019

“Come ho fatto ad arrivare a Dakar? Non chiedetemelo, non lo so nemmeno io.”

di Valdimiro Brezzi

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Le prime immagini della Dakar di Thierry Sabine degli anni ottanta sono ben impresse nella mia mente, ricordo di essermi ripromesso che un giorno o l’altro io ci avrei provato. Gli anni (tanti) sono passati velocemente e dopo una prima partecipazione nel 2005 con una Toyota è arrivato il momento della verità, la vera sfida sarebbe stata correre fino al Lago Rosa con la mia moto insieme ai piloti professionisti, ce l’avrei fatta?.  La scelta della moto non è stata facile, ho optato per una moto italiana la Beta Atacama fatta da Boano, rinominata da me “La Discussa”.  Per la logistica mi sono appoggiato ad  Energia e Sorrisi, un bel Team eterogeneo,  composto da Giampietro Dal Ben, Enrico Peronato, Giovanni Moretto  su SWM, Paolo Caprioni, Domenico Cipollone, Luciano Pegoraro su KTM, un meccanico speciale Fabio Zanone coadiuvato da Paride Ningetti , Luciano Casarotto e Fabrizio Giustini Pippo sul camion,  Piero Picchi come Team manager  ed Anna Chieregato come tuttofare, ma soprattutto è con noi  addirittura Alessandro Botturi pilota ufficiale Yamaha con il suo meccanico Massimiliano Sant.  E’ il momento della verità, alle verifiche a Menton la moto non parte  batteria a zero, la cambiamo, verifichiamo ed andiamo in parco chiuso a Monte Carlo. La mattina della partenza, nella bellissima cornice del porto purtroppo siamo alle solite, niente batteria. L’Iritrack il sistema di controllo satellitare, senza batteria non va ed  il commissario è lapidale, se non funziona, non si parte. Riesco a convincerlo che cambierò la batteria prima di salire sulla nave al porto di Sete.

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Così faccio, inizia a montare l’ansia, sicuramente c’è una dispersione,  un assorbimento, ma  non c’è tempo per Fabio Zanone di approfondire. Sbarchiamo direttamente a Nador in Marocco ed è subito gara. 50 km di asfalto ci dividono dalla prima P.S  dove arrivo nuovamente senza batteria, l’Iritrack lampeggia, nessuno se ne accorge e parto. Srotolo il road book a mano,  finisco la prova ma c’è un lungo trasferimento, un totale di tappa di ben 650 km. arriverà presto il buio ed io sono senza fari. Mi aggancio a qualcuno ma è molto difficile e pericoloso guidare scansando, quando li vedo, le  buche e gli animali sulla strada. Riesco finalmente a raggiungere il bivacco di La Momie. Il bivacco è sempre  una cosa bellissima, ogni team è organizzato alla perfezione,  i  Russi  hanno dei camion di assistenza Ural che sono la fine del mondo, tutti lavorano senza sosta, sembra impossibile ma già al primo giorno c’è chi smonta motori, chi salda, chi sostituisce i pezzi . Durante la notte anche  i miei  meccanici si daranno da fare e risolveranno il mio  problema, scoprendo  un filo che andando a massa e scaricava la batteria. Il mattino successivo riparto molto più sereno, inizio a pensare a dove sono ed a cosa sto facendo, stò realizzando un sogno! Poi torno con i piedi per terra e penso che è ancora presto, siamo solo all’inizio. A Montecarlo è venuto a salutarmi  Roberto Boano che ha voluto scrivere di suo pugno con un pennarello sul mio serbatoio “ricordati di arrivare a Dakar” tante volte me lo dimenticassi ! lo leggerò spesso, quel messaggio.  Correre insieme ai professionisti non è una cosa nuova per me, mi è già capitato in altre occasioni e non solo in moto, i professionisti si vedono da lontano, come si muovono, come parlano, in genere sono sempre calmi, pacati non alzano la voce, sanno sempre dare buoni consigli, e ti fanno sentire a tuo agio, come se anche tu fossi uno di loro!

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Alessandro Botturi  è certamente uno di questi.  Le tappe in Marocco si susseguono lunghe, difficili e veloci, tanti sassi ma anche cordoni di dune insidiose. La navigazione a detta di tutti è difficile anche perché ci sono tracce di turisti da tutte le parti quindi è obbligatorio seguire bene il road book e stare concentrati.  Botturi continua a dominare vincendo tappe su tappe ma non può permettersi di sbagliare, controlla la situazione,  oltre al norvegese  Ullevalseter ci sono tantissimi altri piloti veloci, l’inglese Kaye il francese Cavelius lo slovacco Benko ed anche Simone Agazzi addirittura terzo. Nella terza tappa purtroppo per un incidente Luciano Pegoraro, è costretto al ritiro, un po’ di fratture al gomito ed al braccio, sarà soccorso dall’elicottero nel giro di pochi minuti. Jean-Louis Schlesser, patron  insieme a René Metge, della gara  al briefing  ci tiene a sottolineare gli enormi sforzi  che l’organizzazione fa ogni anno per migliorare l’aspetto della sicurezza. La 5 tappa da Fort Chacal a Dakhla  di ben 638 km risulterà essere per me una delle più difficili. Appena partito mi rendo conto di avere la mousse anteriore finita. Fortunatamente nella prima parte della speciale le piste sono sinuose e sabbiose, riesco a guidare bene, mi  concentro per non sbagliare, ma appena dopo il refueling a 250 km ci sono più sassi e la ruota anteriore non sta più dove la metto. Continuo a perdere l’anteriore e ho paura di cadere, non so come riesco ad andare avanti,  è uno sforzo incredibile. Quando mi si apre la freccia all’ultimo km prima dell’arrivo inizio a piangere dalla gioia o dalla disperazione non lo so,  vorrei asciugarmi gli occhi, ma ho la maschera e non è possibile, allora rido ma gli occhi sono gonfi di lacrime non vedo bene le bandiere ma centro il traguardo. Dovrò affrontare il lungo trasferimento di  214 km in quelle condizioni, gli ultimi 20 km addirittura sul cerchio, ma arrivo ed è giorno di riposo, siamo al giro di boa. La ripartenza da Dakhla ha un che di tragicomico, mi alzo alle 4 del mattino il camel bag mi si è versato su tutti gli indumenti, non ho possibilità di cambiarmi, mi vesto bagnato, parto e fa veramente molto freddo. Dopo mezz’ora ho un attacco di mal di pancia, sono costretto a fermarmi,  come se non bastasse tira anche molto vento e nel buio della notte perdo anche un guanto. Il sole sorgerà solo alle 8.30 dopo qualche ora di vera sofferenza.

Siamo in Mauritania ed iniziano le dune quelle difficili, la sabbia dove sprofondi come nelle sabbie mobili e dalle quali è difficile e faticoso uscire. Nell’attraversamento di un cordone di dune nemmeno troppo alte mi suona il Sentinel, lo strumento che ti avverte del sopraggiungere di un auto, sto guidando con difficoltà la sabbia è sofficissima, continuo a sentire il suono ma non arriva nessuno. Faccio lo sbaglio di girarmi per vedere cosa succede e senza nemmeno accorgermene  mi ritrovo cappottato sotto una duna alta poco più di tre metri. Sono sotto la moto con la gamba destra incastrata, la caviglia mi fa male ma non malissimo, l’altra gamba è fuori dalla moto. Il manubrio è completamente insaccato nella sabbia per metà. Non riesco a smuovere la moto di un centimetro sono intrappolato. Il Sentinel continua a suonare ed ho paura che sopraggiunga una auto e mi passi sopra. Passa una moto alla mia sinistra ma non mi vede, un auto passa dieci metri alla mia destra saltando una duna. Momenti di terrore ed angoscia. Con la gamba sinistra provo ad allontanare la moto spingendo la sella ma è così immersa nella sabbia che non si muove .  Cerco di liberare il manubrio scavando e togliendo la sabbia, poi contorcendomi  ed aiutandomi con le mani sposto la gamba sinistra e la indirizzo verso il manubrio spingendo con tutte le mie poche forze rimaste riesco ad allontanare la moto di qualche centimetro, così ripeto l’operazione a sinistra e poi ancora a destra,  più volte. Dopo circa quindici minuti di agonia ho guadagnato pochissimo ma fortunatamente per me proprio sulle mie tracce arrivano Giampietro Dal Ben e Giovanni Moretto,  come due angeli custodi si fermano  e mi tolgono la moto di dosso, non li ringrazierò mai abbastanza.

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Le tappe ad anello, le boucle  come dicono i francesi, non mi piacciono, fai uno sforzo inutile, un giorno per fare 500 km e la sera ti ritrovi al solito posto e non hai guadagnato nemmeno un metro in direzione Dakar ! Al bivacco quasi tutte le sera Giampi cucina un piatto di pasta ed è una cosa meravigliosa, beviamo anche l’onnipresente Morellino di Scansano o il Prosecco,  ci raccontiamo come è andata la giornata mentre i meccanici lavorano senza sosta, siamo veramente una bella carovana, c’è chi è più espansivo chi meno, ma siamo un bell’insieme, i momenti di contrasto ci sono ma vengono superati facilmente, c’è sempre qualcuno che riesce a smorzare le tensioni. Io cerco di imparare dagli altri sempre qualche cosa,  di perfezionare  la mia organizzazione logistica, ogni cosa al suo posto un posto per ogni cosa, la mattina inizio per tempo lo smontaggio della tenda e la mia vestizione cercando di non perdere troppo tempo, mi guardo intorno e vedo che gli altri piloti sono indietro rispetto a me e sono soddisfatto, poi d’improvviso mi giro e in un attimo mi accorgo che mi hanno superato sono già vestiti e pronti per partire, ma come è possibile, allora impreco …  non sono veloci solo con la moto sono veloci anche in tutto il resto.  Una tappa difficile tanto attesa, intorno all’oasi di Chinguetti , città santa dell’Islam,  si rivelerà invece bellissima con le dune più alte della Mauritania ma facilmente attraversabili. Poi arriva il giorno più duro, la decima tappa Amodjar Akjoujt  520 km di cui 472 cronometrati.  E’ l’11 gennaio impossibile non pensare a Fabrizio Meoni che proprio in questo giorno nel 2005 perse la vita in un incidente. L’emozione cresce ancora di più quando mi rendo conto di essere sul solito percorso, siamo vicini al luogo dell’incidente, riconosco perfettamente il letto del fiume che stiamo risalendo, di lì passammo tanti anni fa in gara con la mia Toyota io e Piero Picchi, all’uscita del villaggio però andiamo in un’altra direzione.  La navigazione è difficile, il posto è meraviglioso nonostante la sua durezza,  si apre la freccia del waypoint  ma mi ricordo che al briefing hanno detto di seguire il road book e non cadere nel tranello della freccia. Bisogna aggirare una salita difficile se non impossibile attraversando un mare di dune soffici  dove in molti si insabbiano. Io cerco di contornare le dune a sinistra il più possibile e faccio un bel po’ di km in più per poi rientrare alla mia destra più avanti e  ritrovare miracolosamente la freccia del waypoint, una salita molto trialistica per raggiungerlo, ma io ho una Beta e su quei sassi salgo con estrema facilità, proprio come se avessi una moto da trial. Poi il Passo El Nhouk di una bellezza incredibile, peccato non potersi fermare, accamparsi fare il fuoco mangiare qualche cosa, penso subito che ci dovrò tornare prima possibile in un contesto più rilassante.  Ad un certo punto si apre davanti a me un oceano di dune, rimango sbalordito, ho paura, possibile che ci mandino proprio la dentro ? Si.

Seguo il road book ed anche le tracce,  per la prima volta realizzo la grande capacità di navigazione di chi è davanti, sicuramente è  Botturi,  anche oggi partiva per primo, è senz’altro lui a fare strada, aggirare le dune più alte, individuare il passaggio più facile, affrontare con determinazione quello più difficile, senza perdere mai il riferimento del Cap,  bisogna veramente essere bravi , e lui lo è, anche i francesi se ne sono accorti e lo hanno subito nominato il Re della navigazione.  Le dune continuano inesorabilmente ed anche il tempo passa, ho paura dell’arrivo del buio. Quando sbaglio lo scollinamento della duna, la moto si pianta in un attimo, devo  liberare la ruota dalla sabbia il più possibile e cercare di sdraiarla a terra, solo a quel punto riesco a trascinarla fuori dal buco, rialzarla e ripartire. Davanti  a me vedo i tre francesi che si aiutano a vicenda, sono sempre insieme loro, io invece sono solo, il sole sta tramontando davanti a me.  Ripartire è sempre più difficile, se stai con una marcia bassa il motore sforza parecchio,  devo cercare di andare almeno in terza e farla scorrere, ma non è facile, penso a come sarebbe facile per Frodo, me lo immagino volare sulle dune come gli ho visto fare tante volte,  penso anche come lo farebbe facilmente  Ludovico, mio figlio, poi penso ancora a quello che mi aveva scritto Boano  “fai cosa sai che sicuramente basta”  e allora vado di terza, galleggio e volo anche io un pochettino, esco dalle dune  quando il sole sparisce.  Su di un terreno sempre più duro,  dove non rimangono tracce,  guido di notte  seguendo il Cap, senza la maschera gli occhi si riempiono di polvere, di sabbia, sembra di aver guardato uno che saldava. Non ho paura del buio, ho solo paura di sbagliare, non voglio sbagliare e non sbaglio, finisco la tappa più difficile. Arrivo al bivacco alle 21.30 e la prima persona che mi fa i complimenti è proprio Alessandro. L’ultima tappa  non è uno scherzo sono altri 560 km di cui 340 di P.S. ma ormai non mi può fermare nessuno. L’arrivo al Lago Rosa è la cosa più bella che ci si possa immaginare. Bravi tutti!