Marocco Parte II – Un fiore nel deserto

L’ultima volta vi ho parlato della prima parte del nostro mitico viaggio, le prime due settimane lungo la costa Marocchina (cliccate qui se ve lo siete perso). Questa volta vi racconto dell’entroterra: montagne, deserti, villaggi berberi e molto altro.

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Una volta lasciata la costa infatti, all’altezza di Agadir, ci siamo addentrati verso l’entroterra per scoprire l’altra faccia del Marocco. Con la scusa di dover lasciare uno dei nostri compagni di viaggio – il buon Frenzis – all’aeroporto di Marrakesh, una delle città più simboliche, decidiamo di fermarci per una notte in un ostello. Sarà la nostra prima ed unica notte del viaggio passata in mezzo alla civiltà.

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Marrakesh è una città molto esotica – tra angusti vicoletti con milioni di bazar ed enormi piazze di mercato, ha sicuramente il suo fascino. Ricarichiamo le pile dormendo in un letto vero, in un ostello, dopo due settimane di viaggio.. però ci manca il nostro amato camping, ci manca la natura ed il senso di libertà che solo lei può darti. 

Lasciamo quindi l’ostello e saltiamo dentro Mafalda – il Toyota Land Cruiser che ci ha accompagnato durante il giorno e cullato durante la notte per tutto il viaggio – e ci rimettiamo in moto. La nostra meta è precisa: il deserto del Sahara, precisamente la regione  dell’Erg Chegaga, a sud-est di Marrakesh, verso il confine Algerino.

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Il deserto del Sahara, come molti altri deserti, non ha solo un aspetto. Si contano tre categorie distinte di paesaggi: sabbiosi (Erg), rocciosi (Hammada) e ghiaiosi (Serir).

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Per arrivare nel deserto però dobbiamo prima attraversare la catena montuosa dell’Atlas (Atlante, in italiano). Cominciamo quindi a risalire queste montagne pazzesche, rossastre, che sembrano quasi sciogliersi sotto al sole mentre le guardiamo.

Man mano che ci allontaniamo dalla grande città di Marrakesh, cominciano ad apparire piccoli villaggi, sparsi, ai lati della strada sterrata. Siamo in una zona con una forte presenza Berbera – i Berberi un gruppo etnico originario del Nord Africa, in Marocco ci sono circa 20 milioni di Berberi.

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E’ incredibile come questi villaggi berberi si mimetizzino con l’ambiente circostante, e non è un caso: le abitazioni sono costruite principalmente con rocce, fango e argilla seccati al sole. Solo vedendo i loro villaggi, è facile capire che queste persone riescono a vivere in forte unione con la natura.

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Continuiamo a guidare, estasiati dalla bellezza delle montagne e dei villaggi berberi ci spuntano davanti come funghi mentre avanziamo verso il deserto. Arriviamo ad Ourzazate, città conosciuta come “porta del deserto” dato che rappresenta l’ultimo grande insediamento prima del deserto.

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Un tipico villaggio berbero

Se avete letto anche la prima parte del viaggio, vi ricorderete che un ragazzo di Imsouane ci aveva riferito suo cugino Omar come guida per il deserto. Abbiamo il suo numero di cellulare ed in qualche modo riusciamo ad incontrarlo in uno degli ultimi villaggi prima del deserto. Omar è Berbero, pacato, serio, ma sicuro, quanto basta per affidargli le nostre vite per un paio di giorni in mezzo al deserto.

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La mattina dopo lasciamo il villaggio e cominciamo a guidare in un deserto ghiaioso, non fatto di dune. Omar si siede sul sedile del passeggero davanti per indicare la via a noi tre che guidavamo a rotazione. 

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Omar, come accennato, non è di molte parole. Mastica qualcosa in francese ma principalmente le indicazioni sono date con un leggero cenno della mano sinistra. I segni sono tre: sinistra, destra, oppure rallenta (rappresentato dallo scuotere la mano con il palmo verso il basso).

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Arriva mezzogiorno e Omar ci fa capire che dobbiamo fermarci qualche ora per far passare il momento più caldo della giornata, e magari schiacciare un pisolino. Una piccola oasi sembra il posto perfetto per fare queste cose. 

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Arrivate quasi le 4 di pomeriggio ci rimettiamo in marcia e finalmente intravediamo le dune in lontananza, siamo quasi arrivati a destinazione. Il paesaggio cambia drasticamente e d’un tratto ci troviamo in mezzo dune di sabbia. Arriviamo in un accampamento Berbero in mezzo alle dune dove veniamo accolti da vari uomini e donne locali.

“Parcheggiamo” Mafalda, identifichiamo la duna più alta della zona e cominciamo a camminare per raggiungere la vetta, con un sandboard sotto braccio, che sarebbe come uno snowboard per la sabbia. Arrivati in cima alla duna è quasi tramonto e abbiamo tempo di fare qualche discesa sui sandboard prestatici dai Berberi. 

Quello che segue è uno dei tramonti più maestosi della mia vita, colori che non avevo mai visto prima, e dune di sabbia da ogni lato. Arrivata l’ora di cena, affamati, tiriamo fuori tutto il cibo che ci era rimasto e creiamo l’intruglio migliore della storia. Sono sicuro che tutti ce lo ricordiamo: tonno, sgombro, mais, fagioli e cipolle crude. Ad oggi, rimane nella top 3 delle cene migliori che ho avuto on-the-road.

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Masterchef

Dopo una notte passata sotto il cielo illuminato dalle stelle del deserto, ci svegliamo pronti per esplorare il deserto. Ricordo benissimo che il sole era appena sorto, e spuntava basso sopra una delle dune circostanti. Ricordo ancora meglio il caldo che ho provato quella mattina, saranno stati 45 gradi alle 8 di mattina, non potevo crederci.

A quel punto cominciamo a usare il deserto come un enorme parco giochi, usando Mafalda come mezzo per spostarci da una duna all’altra, letteralmente surfando la parete delle dune. Una mattinata epica, tutta in prima e in seconda, perché nel deserto, soprattutto sulla sabbia, bisogna usare le marce più basse per avere più aderenza con la sabbia.

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Fatto sta che a Mafalda non è piaciuto troppo, sarà stato il caldo oppure i 5000 giri del motore, oppure tutti e due. La temperatura del motore schizza alle stelle e decidiamo di fermarci. Apriamo il cofano ed il motore sta letteralmente fumando. Uno dei Berberi, senza aspettare, apre il tappo del liquido refrigerante ed un geyser di acqua ci esplode davanti, per fortuna senza colpire nessuno. 

Verso il tramonto ci rimettiamo in marcia con Omar per uscire dal deserto. Ci salutiamo con Omar, lasciandolo in un villaggio all’uscita del deserto, e continuiamo la nostra rotta, questa volta di ritorno verso la costa.

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Il giorno dopo arriviamo sulla costa, sulla famosa Plage Blanche, una spiaggia lunga decine di chilometri totalmente desolata, dove Mafalda da il meglio di se, come vedete dalle foto.

Andava tutto bene, era quasi il tramonto ed eravamo pronti per accamparci. A questo punto però succede qualcosa di inaspettato: Mafalda si impantana nella sabbia. Non era la prima volta e non sarà l’ultima, ma questa volta è diverso. 

Ci accorgiamo di essere circondati da avamposti militari, praticamente delle dune artificiali con delle mitragliatrici montate sopra. All’improvviso entriamo nel panico, ricordandoci che siamo vicini al confine con il Sahara Occidentale, un territorio conteso tra il Marocco e il Fronte Polisario.

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Si sta facendo buio, in giro non c’è anima viva e siamo circondati da mitragliatrici. Scaviamo freneticamente nella sabbia per liberare Mafalda, ma non riusciamo a liberarla. Alla fine mettiamo un tappetino dietro la ruota impantanata e ne usciamo.

Cominciamo quindi a guidare velocissimi verso nord, nella speranza di incontrare qualche villaggio dato che non ce la sentiamo di campeggiare in questo ambiente ostile. 

Finalmente intravediamo delle abitazioni fatte di pezzi di legno e pezzi di plastica. Ce ne sono circa cinque e ci avviciniamo a questo insediamento per trovare riparo. Due uomini escono da queste abitazioni, parlano solo arabo ma in qualche modo ci fanno capire che possiamo fermarci per la notte.

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Ci accompagnano all’interno di una di queste abitazioni, ci sono dei tappeti ammassati su un lato ed uno di loro comincia a tirarli via. Sotto questi tappeti spunta fuori un frigorifero, lo apre e tira fuori 3 pesci enormi. Usciamo dalla baracca e mettiamo su la brace per cucinare i pesci.

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Per consumare la cena, i due uomini ci portano dentro un’altra di queste abitazioni, la loro casa. Tre metri per cinque, con due letti ed un tavolino in mezzo. Ovviamente con le mani, mangiamo tutti e cinque dallo stesso enorme piatto, seduti sui loro letti.

Finita la cena, i due uomini tirano fuori delle carte francesi e non so come, riescono a spiegarci il loro gioco preferito. Facciamo qualche mano ed in qualche modo, riusciamo a vincerne una o due. Tra tante risate, ricorderò sempre la sensazione di sicurezza che abbiamo provato seduti con questi due pescatori sui loro letti. 

Ad un certo punto entra un militare nella loro dimora mentre stavamo ancora giocando a carte. Inizialmente non sapevamo cosa pensare, ma alla fine il militare voleva solo assistere alla nostra partita di carte.

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Il giorno dopo, dopo averli propriamente ringraziati, ci rimettiamo in marcia verso nord, direzione Sidi Ifni. E’ strano tornare nella civiltà, ma a Sidi Ifni riusciamo a fare qualche bella surfata. E’ il mio ultimo giorno, devo tornare in Italia, ma Pietro ed Ale rimangono in Marocco ancora per un po’. Forse un giorno ci racconteranno cosa hanno vissuto del quel momento in poi.

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