Morocco Volume I – Rotolando verso Sud

Ci sono viaggi che ti rimangono dentro, ti formano più di altri. Viaggi impossibili da dimenticare. 41 giorni, 6789 km, 4 catene montuose, 2 deserti, 1 oceano, 1 mare. Ma facciamo un passo indietro.

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Milano, primo anno di università. E’ rimasto l’ultimo esame della sessione, l’estate ormai è alle porte. @pietro_lamaro, amico fraterno dai tempi di scuola con il quale mi trovo in università insieme, mi dice

                                                “Otto, quest’estate si va in Marocco, che ne dici?”

Difficile dire di no, nella sua testa sembrava già tutto programmato.

“Va bene Piè facciamolo, ma come andiamo e chi siamo?”

                        “Andiamo con Mafalda, vengono anche @ale_viale e Frenzis”

Un giro di presentazioni: Mafalda è il Toyota Land Cruiser di Pietro, praticamente un carro armato su ruote, con due letti montati dentro. Progettato appositamente per muoversi sulla sabbia – in Marocco ce n’è tanta giusto? Ale e Fra invece i due compagni di avventura ideali.

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Dopo un mese di preparativi siamo finalmente pronti per partire, a scaglioni: prima Pietro ed io da Roma con il fuoristrada verso Genova. Li a Genova ci incontriamo con Ale, e Fra ci raggiungerà in Marocco con l’aereo. Le (dis)avventure però partono già dal traghetto preso a Genova: 50 ore di navigazione prima di arrivare a Tangeri, a nord del Marocco. Ovviamente essendo attrezzati per il camping – nel fuoristrada c’erano 2 letti, noi però saremo in 4 – non prendiamo cabine e ci accampiamo nella sala poltrone, da bravi vagabondi.

La prima notte in traghetto fila abbastanza liscia, ma al mattino veniamo svegliati da un esercito di bambini marocchini che ci corrono intorno. Sono così tanti che spostano l’aria quando passano, creando un vento freddo, che appunto ci sveglia. Quel giorno verrà dedicato a fare da animatori a questi simpaticissimi bimbi, tra nascondini e bracci di ferro nella nave.

Tutto bene fino al momento in cui, tornando al nostro accampamento, ci accorgiamo che uno dei nostri materassini è sgonfio perché non c’è più il tappo. Ci giriamo e vediamo i bambini ridere sotto i baffi, minacciosamente chiediamo:

“Ragazzi, dov’è il tappo? Chi l’ha preso?”

A quel punto i bambini puntano tutti il dito contro il più piccolo, nonché il più carino di loro. Impossibile arrabbiarsi con lui. Eh vabbè, il tappo è andato, ne compreremo un altro in Marocco.

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Finalmente attracchiamo a Tangeri, la punta a nord-ovest del Marocco. Da qui comincia la vera avventura. Appena toccato il suolo marocchino, con Mafalda troviamo una spiaggia per accamparci. Stiamo montando la tenda quando arriva un militare con un quad, con tanto di fucile a tracolla. Inizialmente impauriti, cerchiamo di spiegare al militare la nostra situazione innocente, mica vogliamo far male a nessuno. Il militare ci spiega però che in spiaggia non ci si può accampare.

La conversazione diventa molto amichevole, lui vuole sapere di noi e noi di lui, tant’è che ci fa addirittura guidare il suo quad sulla spiaggia!

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Prima di andarsene però, il militare si sofferma davanti al nostro portabagagli. Prende in mano una pentola e la avvicina al petto, facendoci capire che si aspetta un regalo da noi. Sappiamo che in Marocco spesso le forze dell’ordine si accontentano di una “mancia”, quindi gli offriamo dei soldi. Lui ci fa capire che non vuole soldi, vuole un regalo, un oggetto. La pentola però ci serve per cucinare, quindi chiudiamo la questione regalandogli mezzo chilo di Barilla, e lui se ne va. Il viaggio promette bene!

Il giorno dopo ci raggiunge l’ultimo elemento, il buon Frenzis, che raccattiamo all’aeroporto di Tangeri. Siamo al completo, possiamo iniziare a macinare chilometri verso sud, lungo la costa atlantica.

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Guidiamo per un centinaio di chilometri e ci fermiamo a Moulay Bousselham. Ci mettiamo le mute, prendiamo le tavole ed entriamo in acqua. Personalmente per me è un momento di svolta della mia esistenza, dato che è la prima volta in assoluto che entro in acqua con una tavola da surf. Ne seguiranno centinaia. Per questo non ringrazierò mai abbastanza i miei compagni, che avevano già una minima esperienza sulle onde. Infatti dopo un breve briefing su come muoversi, come sedersi sulla tavola e come alzarsi, mi dicono

                                                                                    “Dai entra, vediamo come va”

Di quelle 2 ore in acqua non ricordo quasi nulla, strano. Due cose me le ricordo: un senso generale di benessere in un bellissimo tramonto, ed un giovane ragazzo marocchino con il bodyboard di nome Mehdi che di fatto fu la prima amicizia locale che feci.

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Remando verso la spiaggia, una volta messi i piedi sulla sabbia, commetto l’errore più grande che si possa fare: metto la tavola tra me e le onde. Ne consegue, ho imparato a mie spese quel giorno, che l’onda ti può proiettare la tavola in faccia, che non è divertente. Infatti d’un tratto mi arriva la tavola in faccia, vicino all’occhio, aprendomi una ferita non troppo grande. Forse è per quello che ricordo poco. Per fortuna avevamo un kit di pronto soccorso e chiudiamo la faccenda con una risata.

Ci accampiamo in una spiaggia li vicino, nei pressi di Kenitra. A darci la buonanotte sono i suoni delle preghiere musulmane che riecheggiano nell’oscurità. Tra l’altro è periodo di Ramadan, quindi la gente è particolarmente attiva durante la notte.

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Al mattino seguente arriviamo a Casablanca, una delle città principali del Marocco, nonché dell’intero Maghreb. Il nostro viaggio però è ovviamente incentrato sulla natura e qui siamo solo di passaggio. Essendo una città balneare decidiamo comunque di fermarci sulla spiaggia per provare a surfare. La qualità dell’acqua è la peggiore che io abbia mai visto, con escrementi che fluttuano letteralmente tra un surfista e l’altro. Ci guardiamo e con un cenno di intesa usciamo dall’acqua e ci rimettiamo in macchina.

Continuiamo a macinare chilometri fino ad arrivare nei pressi di Safi, una località rinomata per il surf. Poco prima di arrivarci però incappiamo per caso in una spiaggia incredibile, dove ognuno di noi ha lasciato un pezzo di cuore. Non tanto per lo scenario, sicuramente incredibile, quanto per le persone che vi abbiamo incontrato. Una comunità di surfisti marocchini vive infatti, non so da quanti anni, li sulla spiaggia, come se per loro il tempo non esistesse.

Presto facciamo amicizia con alcuni di loro, tra tutti @zonayzinee, con il quale tutt’ora ci sentiamo spesso. Essendo alle prime armi con il surf, ricordo come Maxi – lo chiamavamo così – ci dava indicazioni su come migliorare, su come individuare il canale per uscire ed arrivare alle onde più facilmente. La comunicazione tra noi e Maxi è un mix di francese, linguaggio dei segni, e disegni con le dita sul parabrezza impolverato di Mafalda. Comunque funziona parecchio bene e le risate non mancano.

La cosa che non dimenticherò mai è come questi ragazzi marocchini, accampati da non so quanto tempo sulla spiaggia, riuscivano a surfare una o due volte al giorno senza mangiare né bere nulla fino al tramonto – era Ramadan! Non bisogna fare surf per capire la dedizione e la passione di questi ragazzi.

Fino a quel momento – sono passati 7 giorni dall’inizio del viaggio – non ci siamo mai fermati più di una notte nello stesso posto. Questa spiaggia però ci incanta, e decidiamo di passarci 4 notti. Docce fatte fino a questo momento: zero. Meno male che facciamo il bagno tutti i giorni.

Salutiamo i nostri nuovi amici con un pizzico di tristezza e ci rimettiamo in marcia: questa volta arriviamo ad Essaouira, località famosa per gli sport di vento ma anche per le onde. Qui Frenzis ci è già stato ed ha conosciuto @slimane.rafa, praticamente un Kai Lenny marocchino, fortissimo in tutti gli sport acquatici e di vento. In un giorno con poco mare, il buon Rafinha ci rimedia 4 stand-up paddle e ci invita a seguirlo fino all’isolotto, distante circa 1km dalla spiaggia di Essaouira.

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A cena il buon Rafinha ci invita nel suo surf camp, dove un uomo marocchino, con un nome inglese che non ricordo, sta preparando una Tajine, il piatto tipico della zona, che prende il nome dal caratteristico piatto di terracotta dove viene cucinato. Ricordo bene la meticolosa precisione con la quale il cuoco controllava ogni singolo pisello da mettere nella Tajine: se non gli piaceva, lo scartava. Risultato: 5 ore dopo, a mani basse la Tajine più buona mai mangiata.

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Il giorno dopo ad Essaouira volevamo visitare un Hammam, ovvero una specie di bagno turco tipico della cultura araba. Conosciamo per strada un uomo sulla 50ina, Sayid, che si offre sospettosamente disponibile ad accompagnarci in un Hammam di sua conoscenza. Essendo un bagno turco, prima di entrare ci si spoglia e si lasciano i propri averi in un camerino. Pensavamo che, una volta fatto ciò, ci avrebbe rubato tutto e lasciato letteralmente “in mutande”. Prendiamo perciò le dovute precauzioni ed una volta usciti dall’Hammam scopriamo che Sayid non solo ci stava ancora aspettando fuori, ma non si aspettava neanche nulla in cambio per averci fatto da guida. Da quel momento viene soprannominato Sayid L’Onesto.

La prossima tappa è Imsouane: qui rompe un’onda destra, famosissima per la sua lunghezza, ma visto il periodo estivo il mare era completamente piatto. Tuttavia conosciamo un ragazzo marocchino, gli raccontiamo la nostra storia e che vogliamo andare nel deserto: ci serve una guida. Lui ci dice che suo cugino Omar è una guida del deserto e ci lascia il suo numero.

Fino ad ora, non mi sono soffermato a descrivere la bellezza dei paesaggi che guidando ci siamo trovati davanti. E’ importante sottolineare che non abbiamo praticamente mai preso una strada asfaltata, ovviamente per scelta. Come avremmo potuto portare Mafalda, un fuoristrada, su una strada? Strade rocciose, fangose, sabbiose, di tutto e di più ci hanno accompagnato lungo queste prime 2 settimane di viaggio. Molte volte ci siamo anche ritrovati con metà pneumatici nella sabbia, impantanati, con Mafalda che non andava né avanti né indietro.

Continuiamo quindi a scendere lungo la costa fino ad arrivare a Taghazout. Presi da un attimo di pigrizia, ci mettiamo a cercare un ostello dove dormire la notte. Il destino però ha altri piani: mentre siamo parcheggiati, ancora tutti dentro Mafalda, si avvicina un Marocchino e ci offre di dormire a casa sua. Noi ci guardiamo un po’ esterrefatti (ma che ne sa questo che cerchiamo un posto dove dormire?) ma decidiamo di andare a vedere cosa ha da offrire.

Non potete passare per Taghazout e non conoscere @boilers_ahmed. Ai tempi ci offrì di dormire in casa sua, su dei materassi buttati per terra, ma ho scoperto che ha da poco aperto un vero ostello. Fatto sta che una volta sistemata la nostra roba in casa sua, e dopo il proverbiale thè alla menta, lo carichiamo in macchina e decidiamo di andare nelle montagne lì accanto. Ricordo che Ahmed aveva parecchia paura del nostro modo di guidare Mafalda nello sterrato.

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Tornati a casa, ci mettiamo comodi sul suo divano, suo cugino incluso, a vedere la partita dei Mondiali Italia-Germania, davanti ad una zuppa di pesce preparata dal buon Ahmed. A partita finita, Ahmed ci racconta che una volta ha visto la morte in faccia in mezzo alle onde di Taghazout: da quel momento ha abbandonato la tavola da surf e sposato il bodyboard.

Al mattino seguente ci facciamo accompagnare da Ahmed in una spiaggia che conosceva: una bella session, sole, amici, insomma cosa chiedere di più? Usciti dall’acqua, metto la muta ad asciugare su una panchina e cominciamo a montare le tavole su Mafalda. Mi giro e la muta non c’è più. A quel punto Ahmed la prende molto sul personale e decide che dobbiamo girare tutte le scuole di surf, tutti i surf camp per riuscire a trovare la mia muta. Così facciamo, ma della muta non c’è traccia. Pace, Ahmed: apprezzo il gesto. Shokran. Addio muta.

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Per fortuna, lo stesso giorno decidiamo di cambiare rotta: lasciamo la costa per addentrarci nell’entroterra marocchino. Lasciamo Frenzis all’aeroporto di Marrakesh, deve tornare in Europa. Rimaniamo in 3 e da qui comincia un altro viaggio che ci porterà prima sulle montagne, poi in mezzo al deserto. In tutto questo, lo spirito di fratellanza tra di noi man mano si rafforza sempre più grazie ad esperienze assurde mai vissute fino a quel punto, tra gioia e terrore, passione ed incertezza. Ma questa è un’altra storia e ve ne parlo la prossima volta.

Marocco Volume II … Stay Tuned

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