ROCCA PROVENZALE – Il paradiso della quarzite

Articolo di Alessandro Collet

Foto di Alessandro Collet, Fabrizio Rossi e Jessica Zambellini

Negli ultimi tempi ho avuto l’opportunità di salire diverse vie di arrampicata sulla Rocca Provenzale e mi piacerebbe condividere le ultime esperienze con gli amici e gli appassionati di montagna che magari non hanno mai sentito parlare di questo magico angolo di Piemonte dove dove si trovano delle linee di salita davvero stupende e per tutti i gusti!

Ci troviamo in Val Maira, vallata dalla profonda cultura Occitana, dove non è raro vedere sventolare la bandiera che raffigura la “Croce di Tolosa” gialla su sfondo rosso, vessillo di una tradizione che è ancora viva tra le centinaia di piccole borgate alpine sparse sul territorio. Paradiso dell’outdoor e del cosiddetto turismo lento, la valle offre la possibilità di praticare gli sport all’aria aperta a 360°: si va dal trekking, con l’itinerario di Percorsi Occitani che è stato il primo percorso a tappe ad essere ideato sfruttando gli antichi sentieri e che percorre tutta la vallata sulla destra e sulla sinistra orografica, allo scialpinismo, fino ovviamente all’arrampicata!

Il gruppo Castello-Provenzale, è formato dalle due cime della Castello (Torre e Rocca) e dalla Rocca o Croce Provenzale, tra le quali si trova la più bassa Punta Figari, dove però sono presenti itinerari estremamente verticali e sostenuti. Per trovare questo massiccio di quarzite cristallina bisogna percorrere tutta la valle fino a Chiappera, piccola borgata che rappresenta l’ultimo insediamento umano abitato tutto l’anno.

Sveglia ben prima dell’alba e con Fabrizio ci spariamo gli oltre 200 km che separano il Ponente Ligure dall’alta Val Maira. Il colpo d’occhio un paio di tornanti prima di Chiappera è impagabile: la piccola frazione con gli edifici storici perfettamente restaurati è sovrastata dalla guglia apparentemente verticale e inaccessibile della Rocca Provenzale, uno spettacolo!

L’ avvicinamento alla Rocca

Alle 8.30 siamo al parcheggio e ci lanciamo all’attacco dell’obiettivo di giornata, lo Spigolo di Gaia. Benché la linea si sviluppi sulla parete Est, il sole non arriva prestissimo perché coperto dalle montagne vicine, ma quando arriviamo all’attacco ha già scaldato per bene la parete e siamo già belli bagnati di sudore… non ci resta altro che partire!

La via è spittata ma non da sottovalutare: niente chiodatura da falesia da queste parti. 5 tiri belli lunghi continui sul quinto grado con qualche passo più duro, come quello con cui si deve superare un bel muretto che inaugura il lunghissimo quarto tiro (quasi 60 metri!) o lo strapiombino finale sull’ultimo tiro. Questa via ci fa assaporare tutte le più belle caratteristiche della quarzite della Provenzale. Quattro rapide doppie e siamo a terra.

Lo spigolo sotto uno splendido cielo azzurro

Guardiamo l’orologio: sono solo le 13! Basta uno sguardo per capire che abbiamo entrambi voglia di arrampicare ancora. Consultiamo rapidamente un paio di guide e siti e scegliamo di lanciarci sui 7 tiri della via Attila, l’attacco è qualche centinaio di metri più in su e non fatichiamo troppo per trovarlo.

Attila, un nome una garanzia: qui non si scherza! La musica cambia decisamente rispetto alla via di prima, gli spit sono presenti soltanto dove non si possono sfruttare le bellissime fessure per proteggersi con nuts e friends, i passi di sesto grado sono numerosi e sostenuti, i primi quattro tiri hanno una verticalità impressionante: che bella via che stiamo salendo! Dopo la quarta sosta la parete si abbatte leggermente, le difficoltà diventano meno sostenute e al contempo la chiodatura molto più allegra. Ma la roccia è ottima, appigli e appoggi si trovano facilmente. Come mi diverto ad arrampicare sul quarto grado!

L’arrampicata diventa quasi una danza, un movimento armonico tra me e la splendida quarzite, mi sento così a mio agio che a volte lascio un po’ troppo spazio tra le protezioni mobili che metto su questi tiri. Bisogna stare molto attenti a non sottovalutare queste situazioni, i pericoli oggettivi in montagna ci sono sempre e non si può mai essere certi di avere il controllo di tutto. Alla fine usciamo in conserva protetta su terreno semplice fino a reperire la via normale, che scende proprio lo spigolo che arrivando stamattina abbiamo visto sopra l’abitato di Chiappera e che ci sembrava di un’estrema verticalità! A volte sono incredibili i giochi di prospettiva che creano le montagne.

Avvicinamento alla via Attila e Fabrizio in azione su uno dei primi tiri.

La “via normale” sembra non finire mai, dopotutto non siamo più così freschi, ma grazie alle scarpe da avvicinamento davvero top riusciamo a domare le insidie delle placche di quarzite di questa lunga discesa che troviamo fortunatamente asciutta – in caso contrario scendere dalla normale è fortemente sconsigliato, questo tipo di roccia quando è bagnato sembra come ricoperto di sapone!

08 discesa
Vista mozzafiato durante la discesa lungo la Normale.

Il tempo ci ha assistito per tutta la giornata e anche la sera scorre tranquilla. A fine aprile le strutture ricettive in alta valle sono ancora chiuse, quindi via di fornelletto per la cena, tenda e a letto presto: domani si arrampica ancora!

Le nostre mani sono state messe a dura prova dallo smontaggio della tenda, che la mattina era ricoperta di ghiaccio… nonostante questo lungo l’avvicinamento – stavolta partiamo un po’ più tardi – siamo ben inondati dal sole, top conditions!

Il nostro obiettivo è stavolta la via Beppe Musso, linea storica molto logica che segue una serie di diedri e spigoli, a torto poco ripetuta negli ultimi anni e finita un po’ nel dimenticatoio. Non si trovano informazioni sul web e partiamo armati della vecchia relazione della guida di Giovannino Massari. La via è stata aperta dal mitico Gian Carlo Grassi e compagni nel 1972 ed è dedicata all’amico Giuseppe Musso caduto l’anno prima sulla Castello.

La prima vista della via Beppe Musso 

Se ieri eravamo su linee più o meno chiodate, oggi sappiamo che su questa via al massimo troveremo qualche chiodo tradizionale, magari da ribattere, per questo partiamo con tutto quello può servire su un simile “terrain d’aventure”: friends, nuts, chiodi e martello sono imprescindibili.

Che spettacolo questi diedri sovrapposti! La via ci permette di affrontare alcune sezioni con splendida arrampicata in opposizione, alternate a spigoli decisamente aerei, in un contesto molto “wild” e decisamente verticale! Non sempre riusciamo ad utilizzare le protezioni mobili con facilità: in particolare il fantastico diedro della seconda lunghezza è solcato da una fessura off-width, troppo larga per i nostri friends più grandi… quanto vorrei in questo momento avere gli scarponi per poterli incastrare nella fessura come facevano i primi salitori, che in questo tipo di arrampicata – opposizione e fessure – erano dei veri e propri maestri!

Salire una via del genere non è mai una passeggiata, a volte dobbiamo attrezzare anche le soste piantando chiodi e utilizzando friends e nuts e a volte non è così immediato interpretare il percorso per cui bisogna essere saldi nelle decisioni e nella lettura della parete: per questo procediamo piuttosto lenti. Ma che emozione salire linee come questa!

Per me è un grandissimo piacere arrampicare su una via tracciata quasi mezzo secolo fa da Gian Carlo Grassi e compagni, immaginare che anch’essi moltissimo tempo addietro hanno strizzato le stesse tacche, hanno sfruttato gli stessi appoggi in opposizione negli stessi diedri e che magari hanno anche piantato quei chiodi che sono ancora lì, come quello provvidenziale che trovo dopo un bel po’ di metri di run-out di quinto grado superiore sempre sulla bellissima seconda lunghezza, o come i cinque vecchi chiodi ravvicinati con cui si protegge Fabrizio affrontando lo spigolo aereo e verticale della terza lunghezza!

Un viaggio verticale in un mare di splendida quarzite.

Anche stavolta alla fine delle difficoltà usciamo con un po’ di conserva protetta lunga fino alla via normale, che ormai sappiamo a memoria, ma che stavolta è ancora più lunga dato che siamo usciti più in alto sulla parete. Siamo decisamente stanchi ma soddisfatti, quindi la salita alla vetta anche questa volta può aspettare: tanto ci saranno altre occasioni no?

 

Ed ecco che l’occasione si ripresenta puntuale: dopo che ho descritto le meraviglie della Provenzale ai miei amici, ecco che, un mese dopo queste prime avventure, una piccola delegazione delle Crave du Punente riparte destinazione Chiappera. Questa volta saremo due cordate: Ale e Jessica, alla loro prima vera esperienza di via in montagna in totale autonomia, si lanceranno su Danza Provenzale, un’altra delle vie spittate che solcano le placche della parete est dove, nonostante la chiodatura quasi integrale, l’ingaggio non manca mai. Sulla Provenzale di “plaisir” c’è davvero poco e bisogna sempre essere sul pezzo e sicuri sul grado dove si andrà ad arrampicare.

“Passi di Danza” sia sulle placche della via che durante la discesa per la Normale.

Io arrampicherò con Enrico, che tanto mi ha insegnato in ambito dei corsi del CAI e non, e che quindi porterei volentieri su una via piuttosto dura che magari non è più nelle sue corde da primo. Ma la nostra meta non è ancora decisa: alla scelta ci aiuterà il nebbiolo a cena perché questa volta ci trattiamo bene, dormendo alla sera al comodo e confortevole Rifugio Campo Base. La scelta in definitiva ricade su Il Richiamo di Cthulhu, 465 metri di via con difficoltà piuttosto sostenute fino al settimo grado e con uscita proprio accanto alla croce.

Enrico ha salito moltissimi itinerari nel gruppo Castello-Provenzale nella sua esperienza trentennale, ma questa via è nuova anche per lui. Essendo fuori allenamento mi manderà da primo su tutti i tiri, ma non potrei essere più felice di questo: la roccia è veramente spaziale!

Riesco a salire in libera il tiro chiave della quinta lunghezza, un diedro verticale/strapiombante di oltre 30 metri ottimamente chiodato, ma non azzerabile, che offre la possibilità di un’arrampicata di estrema continuità in opposizione e su grosse prese: il mio stile al 100%!! Il resto della linea è omogenea su difficoltà che non superano mai il sesto grado, con tratti più semplici, dopo il nono tiro la parete si abbatte e decidiamo di uscire in conserva protetta… che fatica quando non scorrono le corde in questa tecnica di progressione.

Io ed Enrico su Il Richiamo di Cthulhu

Ma finalmente esco in cresta, a nemmeno 10 metri dalla croce di vetta! Recupero a spalla Enrico che sale senza difficoltà le facili roccette finali. I nostri amici ci avvisano che inizieranno a scendere, la loro via era più breve e sono usciti dalla via un paio d’ore prima di noi, poi il primo impatto con la discesa dalla via normale è sempre da prendere con calma e da non sottovalutare.

Abbiamo vissuto un’esperienza di grande soddisfazione su questa via e nonostante ciò un vero malato di montagna come me non fa in tempo ad arrivare in cima che subito pensa a quali saranno le prossime spedizioni da pianificare. Dalla croce di vetta il panorama verso la Rocca Castello è semplicemente impressionante: e come si fa a non sognare presto una nuova avventura?

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