Nuova Zelanda, Outdoor per Tutti!

Ricordo come si trattasse solo di qualche giorno fa, la frenesia dei preparativi nei giorni prima della mia partenza per la Nuova Zelanda. Era la mia avventura, l’avevo desiderata e sognata per un sacco di tempo e stava finalmente divenendo realtà. Allora, nell’ormai lontano 2019, le mie priorità in fatto di outdoor erano totalmente diverse. Ad occupare i miei pensieri giorno e notte erano la mountain bike, il surf e occasionalmente lo sci. In questo senso la scelta della destinazione non era stata per nulla casuale, sapevo di essere diretto verso un paradiso fatto di sentieri remoti e onde solitarie, certo avrei anche dovuto portare a termine la magistrale nei successivi 18 mesi, ma non potevo chiedere di meglio. I frenetici preparativi sopra citati, erano dovuti al fatto che non sapevo in che modo portare la mia amata bici dall’altra parte del mondo. Ad una settimana dalla partenza, ancora non avevo deciso se imbarcarla sull’aereo come bagaglio da stiva o spedirla. All’ultimo momento mi si presenta la possibilità di spedirla via nave per pochi soldi. Tempo previsto di consegna: 1 mese. Accetto, “mi troverò qualcosa da fare nel frattempo” penso.

Christchurch vista dalle Port Hills, in lontananza si intravedono le montagne di Arthur’s Pass

Arrivo a Christchurch, sulla costa orientale dell’isola del Sud, a metà Gennaio, vale a dire nel cuore dell’estate. Le giornate sono lunghe, calde, ventilate e bellissime. Non possiedo un’auto e ogni singolo giorno mi maledico per essermi separato dalla mia bici, che mi consentirebbe almeno di iniziare ad esplorare le colline intorno alla città. Nemmeno a dirlo, l’unico surf spot raggiungibile in autobus è costantemente piatto ed io non so veramente come passare le mie giornate. Un bel giorno, a peggiorare ulteriormente la situazione, ricevo una mail dal corriere che mi comunica che la mia bicicletta non arriverà in Nuova Zelanda prima di 3 mesi, senza contare il tempo che ci vorrà prima che superi i controlli in dogana. Vorrei potermi arrabbiare con qualcuno, ma in realtà posso prendermela solo con me stesso.

L’indomani, mentre ancora rimugino sui miei errori, nella bacheca dell’università vedo affisso un volantino che promuove il “Clubs’ Day”. Spulciando tra la lista delle associazioni che saranno presenti, noto con un certo stupore che esiste un Club per praticamente qualunque tipo di attività outdoor mi possa venire in mente. Mi iscrivo al Climbing Club, quello dell’arrampicata, senza sapere bene cosa aspettarmi. Di certo non mi sarei mai immaginato che, grazie ad un gruppo di sconosciuti, mi sarei innamorato di uno sport che di lì a poco avrebbe rivoluzionato per sempre il mio approccio alla montagna, alle amicizie e alla vita.

Vorrei aprire una brevissima parentesi: definire “sport” l’arrampicata su roccia è riduttivo, per non dire totalmente fuori luogo. Sebbene la componente sportiva sia innegabile, ritengo personalmente che non sia quella preponderante, né tantomeno l’unica utile ad inquadrare un gesto primitivo come quello di arrampicarsi a mani nude sulla roccia. Cosa sia l’arrampicata non lo so, so solo che mi piace da morire.

“L’arrampicata è come Arte, ma con un sacco di trazioni!” Alex Honnold

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Uno dei tanti tentavi fallimentari sui boulder di Castle Hill

Un paio di giorni dopo essermi iscritto, vengo letteralmente trascinato in un negozio a comprarmi il mio primo paio di scarpette. Il resto dell’attrezzatura mi viene prestato dal Club e poi non ci sono più scuse, si parte in direzione di una delle tante falesie sulle Port Hills, le colline che circondano Christchurch. Insieme a me ci sono una sfilza di altri beginners e veniamo seguiti passo per passo nei nostri primi metri verticali. Più che sul gesto dell’arrampicata, il focus di questa giornata è sugli aspetti tecnici della stessa, come l’attrezzatura e la comunicazione con il compagno. È solo qualche giorno dopo, quando finalmente posso provare ad arrampicare da primo, che provo per la prima volta quel mix di adrenalina e paura che mi fa totalmente perdere la testa per la scalata. Più che altro, ciò che davvero mi conquista è lo stato di concentrazione totale, lo si potrebbe definire trance, nel quale mi ritrovo mentre scalo. Tutto sparisce, sento solo il mio respiro e il battito del cuore, non c’è tempo per pensare ad altro se non al prossimo passo, alla prossima presa. Mai provato nulla di simile con una bicicletta!

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La roccia non è incredibile, ma la vista non manca di certo!

Con il senno di poi, ripensando a quelle prime giornate su roccia, una riflessione mi viene spontanea. I ragazzi del Climbing Club non erano diversi da come sono io ora: un paio d’anni di esperienza alle spalle e tantissima voglia di lanciarsi in nuovi progetti e avventure su roccia. Ciò nonostante, senza chiedere di fatto nulla in cambio, scelgono di togliere del tempo ai loro progetti personali per dedicarlo ad avvicinare dei semi-sconosciuti al meraviglioso mondo della scalata. Tutto ciò a mio parere ha un valore inestimabile, perché racchiude un messaggio, ovvero che il valore delle nostre passioni non sta solo nei risultati o nelle imprese che collezioniamo, ma nella nostra capacità di usarle per avere un impatto concreto sulle persone. Perciò non ringrazierò mai abbastanza lo University of Canterbury Climbing Club, per avermi insegnato una lezione che mi porterò dietro per tutta la vita.

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Il Club al completo. Photo cred: UC Climbing Club

Questa piccola testimonianza riguardo a come mi sono avvicinato all’arrampicata, dovrebbe essere sufficiente a far capire la mentalità con cui i Kiwi approcciano il mondo dell’outdoor in generale. La differenza sostanziale che io ho riscontrato rispetto all’Italia, è che per loro “being outdoors is not a big deal”. Una persona che arrampica, o che pratica alpinismo o altre attività ritenute “estreme” in montagna, in Italia si traduce quasi sempre in un individuo metodico e organizzato, che dedica una parte sostanziale del proprio tempo e risorse all’andare in montagna, che è scrupoloso nella scelta e nell’uso dell’attrezzatura e che in generale fa della sua passione una priorità quasi assoluta. Forse mi sbaglio, sicuramente non è un discorso applicabile al 100% delle persone, ma molti dei miei conoscenti italiani sono così. In NZ è diverso, perché arrampicare o andare in montagna – ma anche in bicicletta, o fare surf, il discorso non cambia – non è percepito come un big deal, perché tutti lo fanno o l’hanno fatto almeno qualche volta. E quando dico tutti, intendo veramente tutti, da chi è appassionato di altri sport per noi assurdi – come il kayak polo – a chi invece proprio con l’outdoor non ha molto a che fare. Per loro è perfettamente normale tirare fuori imbrago e scarpette un paio di volte l’anno e presentarsi in falesia o in palestra per passare una giornata in compagnia. Non serve che l’arrampicata sia la tua ragione di vita, non serve allenarsi 3 volte a settimana al trave, non serve avere i vestiti giusti. Tutti lo fanno quindi puoi farlo anche tu, tanto alla fine è solo un altro modo di passare una giornata all’aperto. Get out there!

Foto di un trekking nella Matukitiki Valley, ai piedi del Mt. Aspiring, seconda cima più alta della NZ 

Grazie a questa scuola di pensiero e alle persone speciali che ho incontrato, il tempo che ho passato in NZ è stato costellato di nuove esperienze. Vorrei raccontarvene una in particolare, che ha stravolto per sempre la mia personale concezione di cosa sono e non sono in grado di fare. Si tratta della prima volta che ho messo dei ramponi ai piedi e stretto due picche tra le mani. Partiamo dal principio perché i dettagli sono fondamentali.

Nel giro di un paio di mesi, mi sembrava di aver acquisito abbastanza dimestichezza nell’arrampicare in falesia, ovviamente su gradi molto facili. Ero però curioso di capire come avrei potuto utilizzare queste skills che stavo imparando, per scalare non solo delle piccole pareti, ma delle montagne! Fare alpinismo significa scalare le montagne, questo lo sapevo, quindi mi serviva qualcuno che potesse portarmi a fare alpinismo. Ad una riunione del Climbing Club conosco Latham, un ragazzo di poche parole con i capelli rossi e le lentiggini. In realtà – mi racconta – lui in falesia c’è andato solo un paio di volte, più che altro gli piace il trail running e da poco si è avvicinato alla montagna.

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Latham in un momento di relax durante Symphony on Skis, la traversata dei ghiacciai delle Alpi del Sud, che abbiamo intrapreso qualche mese dopo 

Così colgo l’occasione per togliermi qualche dubbio a riguardo:

Si ma… l’alpinismo, come funziona?”

Lui mi descrive due categorie principali di alpinismo: quello su roccia, che in qualche modo è simile alla falesia, e quello su neve o ghiaccio, il suo preferito, dove si utilizzano ramponi e piccozze per salire pendii, creste, canali eccetera. Quest’ultimo – mi spiega – per  lo meno per quanto riguarda gli itinerari classici su difficoltà moderate, si fa quasi sempre senza essere legati ad una corda, visto che non c’è modo di proteggersi.

“Perciò non c’è molto che devi sapere, se pensi di saper camminare con dei ramponi ai piedi e sei fisicamente in grado di arrivare in cima, sei pronto!”

Non ci voleva altro a convincermi, quindi una settimana dopo mi unisco a Latham per una mission di due giorni nelle montagne di Arthur’s Pass. L’appuntamento è alle 3:00 di sabato mattina nel vialetto di casa mia. Ricordo che, da ingenuo principiante, ero stato seriamente combattuto nel decidere se valeva la pena di andare a dormire o no. Partiamo puntuali e, grazie alla velocità folle che Latham riesce a tenere su quelle strade che conosce come le sue tasche, in un paio d’ore siamo a destinazione. Un momento in particolare di quel viaggio in macchina non mi stanco mai di raccontare:

Sai Alex, qui di notte il cielo stellato è così luminoso che a volte spengo le luci dell’auto e lascio che siano le stelle ad illuminare la strada”

E lo fa sul serio! Ancor prima di finire la frase, l’abitacolo della macchina si oscura, ma l’esterno rimane illuminato da un incredibile bagliore bianco proveniente dal cielo.

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Parcheggiamo in una piazzola sulle sponde del fiume Waimakariri, 3km prima dell’ Arthur’s Pass Village. Vorrei davvero essere in grado di descrivere brevemente l’aspetto di queste zone, ma ci vorrebbe un articolo a parte. Mi limito a dire che l’ambiente è selvaggio e le montagne appaiono severe, anche se ci troviamo non lontano da Christchurch e le vette a stento superano i 2000m di quota.

Foto di Jessica Zambellini. Nella seconda si vede la Godley Valley, che ha un paesaggio simile a quello di Arthur’s Pass

È tutto buio, fa un freddo cane, cerco di mangiare una barretta prima di metterci in cammino, ma a malapena riesco a dargli un morso. Latham intanto, davanti ai miei occhi increduli, si spazzola una mini porzione di pasta al pesto.

I’m more talian than you man!”

Immediatamente ci rendiamo conto che nel risalire il letto del fiume dovremo attraversarlo diverse volte. All’inizio ci togliamo gli scarponi per tenerli asciutti, visto che poi dovremo camminarci per tutto il giorno, ma poi rinunciamo. Effettivamente cercare di resistere alla corrente quando si è persa la sensibilità ai piedi non è il massimo e poi Latham dice che siamo troppo lenti. Per fortuna, dopo un po’ imbocchiamo un sentiero vero e proprio, che in 5 ore di marcia ci porta al bivacco Goat Pass, il nostro punto di appoggio. Mi levo lo zaino e penso che, se fosse per me, la giornata potrebbe anche concludersi qui. Sono stanco morto, ma guardando in faccia il mio compagno capisco che per lui siamo solo all’inizio. Decidiamo di usare il pomeriggio per salire in vetta al Mt. Oates (2154m) lungo la via normale, che percorre la cresta ovest.

GOAT PASS _GSC4038 PANO Goat Pass Hut and Deception Valley Arthurs Pass NP West Coast Photo Shaun Barnett
Goat Pass in versione estiva. Fonte: Wilderness Magazine

Guadagniamo lentamente quota lungo dei pratoni e arriviamo alla base di un ampio canale, dove mettiamo i ramponi. Forse è il momento di specificare che tipo di attrezzatura io stia usando per questa mission… gli scarponi li ho affittati (?!) e sono degli scarponi da trekking in pelle, i ramponi sono i classici universali e le picche sono quelle da escursionismo con il manico dritto. In realtà, tolti i gli scarponi, il resto è più che adatto alla nostra salita, i problemi sono la mia stanchezza e il fatto che il meteo sta peggiorando rapidamente. Una volta arrivati in cresta, mi limito a seguire Latham a testa bassa sperando che tutto ciò finisca presto, ma ci troviamo in un whiteout totale e non c’è modo di capire quando manca alla cima. Ad un tratto, Latham si ferma e si guarda intorno: “Ci siamo questa è la vetta. Sono sicuro, ci sono venuto la scorsa estate”. Niente croce di vetta, niente libro da firmare né nulla. Questi kiwi hanno proprio il cuore di ghiaccio.

L’anonima vetta del Mt.Oates, un passaggio esposto durante la salita e un po’ di meritato riposo sulle acque ghiacciate del lago Mavis

L’indomani, sempre dal rifugio Goat Pass, partiamo alla volta del Mt. Franklin (2145mt), che poi era il vero obbiettivo di Latham fin dal principio. Iniziamo a guadagnare quota facendoci largo a fatica in una distesa di fittissimi cespugli. È quanto di peggio ci possa essere, ogni metro ti costa una fatica bestiale e ad ogni passo sembra che una persona che ti si stia aggrappando alle gambe. Questa pratica sadica tra i kiwi è nota come bushbashing, ed è un elemento ricorrente di ogni avvicinamento che si rispetti. Fortunatamente, oggi che ho in corpo una discreta notte di sonno e un’abbondante colazione liofilizzata, mi sento molto meglio.  Proseguiamo seguendo il letto di un torrente su per una ripida gola. Di tanto in tanto ci tocca attraversare il torrente camminando su dei grandi sassi, sui quali nella notte si è formato un sottile strato di ghiaccio. Solo un miracolo ci ha impedito di finire in acqua e con il senno di poi posso dire che quello è stato il passaggio chiave di tutta la salita.

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BushbashingLa foto è di un’altra mission, non quella che sto raccontando, ma rende bene l’idea

Attacchiamo la parete Ovest, che dalla base non mi sembra troppo minacciosa. Bastano però un centinaio metri a farmi realizzare che in realtà è tutto molto più ripido e spaventoso di quanto pensassi… E qui per me comincia una vera e propria battaglia. Gli scarponi sono ghiacciati e a causa della suola morbida non mi danno sicurezza quando devo mettermi in piedi sulle punte anteriori, i polpacci sono in fiamme e le mani anch’esse congelate scivolano sulle picche senza impugnatura. Ancora una volta metto la testa bassa e mi limito a seguire Latham, concentrandomi solo sul passo successivo. In qualche modo riesco ad arrivare in cima alla parete, ma decidiamo di rinunciare alla cresta finale perché è già molto tardi.

In “Survival Mode” sulla Ovest del Mt. Franklin. 

Scendiamo per il versante Est, dove fa molto più caldo e bisogna stare attenti alla neve trasformata, su cui i ramponi fanno poca presa. Tra parentesi, per me ora questi aspetti tecnici sono facili da capire, o addirittura prevedere, ma quel giorno ogni cosa era una scoperta. Mi sentivo gasato all’idea di aver cosi tante cose da imparare!

Ad ogni modo, un’altra lunghissima sessione di ravanage e bushbashing mi succhia via le ultime energie rimaste, ma ci riporta al rifugio Goat Pass. Sono le 9 di sera ed è quindi buio, sento di aver spremuto il mio corpo fino alla fine, non voglio fare un altro passo. Stranamente, Latham è di un’altra idea. Alla fine a separarci dalla macchina sono solo 12 km di sentiero in mezzo ad una palude con svariati river crossing, meglio togliersi il pensiero subito no?

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Latham studia la via del ritorno. Mt. Franklin sullo sfondo. 

Al di là della interminabile sofferenza, sia fisica che mentale, che ho patito in quelle ore, c’è un ultimo aneddoto che non può non essere raccontato, perché da solo vale tutta la nostra avventura.

Premessa: Il kiwi è l’animale simbolo della Nuova Zelanda, ma gli avvistamenti di esemplari selvatici sono pochissimi, anche a causa del fatto che è un animale notturno. Arthur’s Pass è uno dei pochissimi posti dove è possibile incontrarli.

È circa mezzanotte. Ancora una volta ci ritroviamo a cercare la giusta via facendo dentro e fuori da un piccolo fiume, ancora una volta con i piedi zuppi e il freddo nelle ossa, solo che ora in più è anche notte fonda. Per diverse ore ormai si è sentito il verso dei kiwi selvatici riecheggiare nella valle, ma impegnato come ero a portare a termine questa infinita giornata, non ci ho fatto molto caso. Poi ad un certo punto, mentre uscendo dall’acqua imbocco un sentiero che spero essere quello giusto, ad un paio di metri da me vedo una sagoma marrone immobile. Prima ancora di capire che si trattava di un kiwi, l’animale si volta ed inizia a corrermi incontro, sbattendomi contro le gambe per poi sparire nella vegetazione.

Lì per lì, nella condizione di estrema stanchezza in cui mi trovavo, il mio cervello non seppe come reagire e semplicemente continuai a camminare in silenzio. L’indomani a mente fresca, racconto a Latham del mio incontro ravvicinato.

“…secondo me la luce della frontale lo ha abbagliato, non ci ha capito più niente e mi è venuto addosso”

Ma stai scherzando? Io giro le montagne di questo paese da tutta la vita e non ne ho mai visto uno! Dobbiamo assolutamente segnalare l’incontro nel registro del rifugio.”

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Uno dei miei rifugi preferiti, French Ridge Hut. 

E così lui scrisse una nota sull’accaduto nel registro, spiegando che avevo inavvertitamente dato un calcio ad un Kiwi. Qualche giorno dopo ricevo una telefonata poco amichevole dal New Zealand’s Department of Conservation. Un ranger ha letto la nota nel registro e vuole che gli spieghi meglio l’accaduto, visto che il maltrattamento del loro animale nazionale, ovviamente specie protetta, costituisce un reato molto grave. Per fortuna mi è bastato chiarire la dinamica dell’incontro per evitare di passare guai e anzi il ranger, anche lui alpinista, ne ha approfittato per chiedermi info sulle condizioni della neve.

Insomma, la mia introduzione all’alpinismo mi ha insegnato tante importanti lezioni, di cui una fondamentale: “Don’t fuck with kiwis mate!”

Adventure Addicted
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