AATravel Isole Azzorre

L’arcipelago portoghese delle Isole Azzorre comprende in tutto 9 isole e ne abbiamo scelte 4 tra le più belle (Faial, Pico, Sao Jorge e Terceira) da percorrere a piedi in un unico grande trekking mozzafiato. Qui di seguito, tramite la penna del nostro compagno di avventura Valerio, vi raccontiamo l’indimenticabile esperienza dell’AA Travel Azzorre 2019. Buona lettura!

Era proprio mentre sorgeva il sole all’orizzonte, infuocando l’oceano e riscaldando, oltre al versante orientale della montagna, le nostre membra infreddolite, che realizzavo quanto era bello poter condividere tale gioia con dei compagni di viaggio. Questo accadeva in cima al monte Pico, vulcano che domina la omonima isola dell’arcipelago portoghese delle Azzorre, nel bel mezzo dell’Atlantico, nonché monte più alto del Portogallo, sulla cui sommità avevamo passato la notte precedente. Il viaggio alle Azzorre comincia qualche giorno prima e alla partenza eravamo io, Lorenzo (detto Monte da sempre), Pietro (leader fondatore di Adventure Addicted), Caterina, Leonardo (Lello), Francesca e mia sorella Eleonora. Atterriamo a Horta, città principale dell’isola Fajal, e facciamo finire la giornata, dopo aver aver fatto spesa e issato il campo base in un campeggio sulla costa, con una ricca cena propiziatoria in un ristorantino di nome ‘’Cagarro’’ uccello tipico azzoregno, presente solo in quelle isole. Il volatile ben presto divenne noto alla nostra compagnia palesandosi sempre alla stessa ora del giorno, dal tramonto a notte fonda, col suo indistinguibile verso simile a un lamento rauco ma non triste.

É mattina, la giornata di avventura preannuncia una camminata di circa 30km, forse qualcosa meno. I primi 5 circa sono sull’asfalto, cosa che non ci permette di capire la portata del contesto in cui ci saremmo trovati di li a poco, tuttavia anche questi resi gradevoli dall’infrangersi delle onde dell’imponente oceano a pochi metri da noi e dalla costante vista di sua maestà Pico a poche miglia al di la del mare. Durante queste prime lunghezze un gattino di pochi mesi, a cui diamo il nome Pico, ci segue fedelmente senza mollare un mollare un passo. La cosa ci piace forse perché lo sentiamo partecipe alla nostra avventura o forse perché crediamo che lui possa sentire la nostra ambizione tanto da considerarci delle guide, in ogni caso pensiamo sia un segno, quasi divino e propiziatorio a favore del nostro cammino. Accantonata ben presto l’idea di portarlo con noi per tutti i 10 giorni data l’evidente difficoltà logistica, lo lasciamo a una coppia di ragazzi in macchina proprio lì, dove finisce l’asfalto.

Improvvisamente si apre il sentiero che poi diventa giungla, come quella amazzonica, come quelle che si vedono nei film, folta di vegetazione dirompente che prepotentemente invade lo spazio e il tempo intorno a noi. Sempre nettamente, dopo un paio d’ore fra la vegetazione, il paesaggio cambia di nuovo e si aprono vasti campi e colli in mezzo ai quali ci guida il nostro percorso, o per meglio dire Caterina nostra timoniera con le mappe sempre a portata. Per diverse ore così sarà il panorama dove alle care ortensie amate da Caterina si intervallano mucche e tori pascolanti le auree colline. Il tempo cambia, di netto, scopriremo che alle Azzorre funziona così: ad un certo punto durante la giornata, indipendentemente dall’orario, inizia a piovere non conta la portata, ma tu sai che per un’ora circa pioverà. Alla pioggia, lieve e passeggera, alla fine di quel primo giorno sopraggiunge molto vento e parecchia nebbia, che, come un sipario, ci apre una serie di 15 tornanti i quali ci avrebbero portato in cima al vulcano della nostra prima isola, una lieve altura di circa 1000 metri s.l.m. Sulla scena dei tornanti i tori, prima semplici comparse, ora si fanno attori, in particolare uno si pone dinnanzi a me e Pietro che precediamo di circa 10 minuti il resto del gruppo. Gelidi nel corpo e nell’animo alla vista dell’imponente bestia lo superiamo con fare cauto, senza eccepire il bovino ci segue per un centinaio di metri e, rifugiatici noi in un recinto di pietra, facciamo perdere interesse al grande cornuto che torna sui suoi passi. In prossimità del cratere del vulcano aspettiamo gli altri per varcare insieme l’agognata meta, e, dopo averci raccontato la loro simile esperienza con il toro ci accingiamo a costruire il campo base stanchi bagnati e infreddoliti. Le condizioni meteo e soprattutto le nostre ci costringono a montare le tende sull’osservatorio panoramico aggettante il cratere, il quale avrebbe far dovuto vedere un panorama mozzafiato, ma l’intensa coltre di nebbia e vento non lo permettono. Ci ingegniamo per fissare le tende con tiranti visto che, dormendo sull’asfalto, non possiamo mettere i picchetti e dopo l’ottimo lavoro di tutti mangiamo, beviamo tè caldo e andiamo a dormire in seguito alle grandi risate regalateci da Lello come ogni sera, in realtà come in ogni momento della giornata. Ragazzi buoooooongiorno! Questa la solita sveglia che Lello ci regalava. Tutti in piedi, poco sonno in corpo in quanto il vento aveva strapazzato tutta la notte i nostri giacigli, il tempo però è abbastanza chiaro, c’è visibilità, ammiriamo il cratere e lo splendido panorama, cosa che non ci fa pensare tanto alla stanchezza quanto più a rimetterci in marcia. Costeggiamo metà della circonferenza della maestosa bocca per poi scendere fra la vegetazione, camminiamo tutto il giorno in mezzo alla giungla e arriviamo ad un bel campeggio sul mare, così, dopo aver rinvigorito le membra fra le fredde acque dell’oceano, superiamo la notte per dirigerci l’indomani al porto dove ci imbarchiamo per arrivare alla seconda isola: Pico.

 

Adesso entriamo un pò nel clou dell’avventura, c’è la sfida, si deve arrivare in cima ad un monte. Siamo per lo più eccitati, Eleonora invece, alle prime esperienze in montagna, lievemente timorosa più che di non farcela di essere di peso al gruppo. Rinfrancati gli animi si sale tutti insieme lungo il sentiero del vulcano fatto dalle colate di magma solidificato ed eroso da vento e passi di altri avventurieri. La salita inizia abbastanza lieve per farsi ben presto ripida, più si sale più la vista è mozzafiato, perdendosi con la vista lungo l’orizzonte dell’oceano sembra di percepire la curvatura del globo terrestre. E a tal proposito fra la compagnia ripetiamo, individuato il Sud, tale paradosso: ‘’se tu andassi dritto in quella direzione, il primo appezzamento di terra che troveresti potrebbe tranquillamente essere l’Antartide’’. Dopo alcune ore inizia ad avvicinarsi l’ora del tramonto, dobbiamo continuare con questo giusto ritmo per arrivare in cima prima del buio e costruire un nuovo campo base nel cratere. Siamo bravi, anche chi è alle prime armi non molla un centimetro e non si fa prendere dal nervosismo legittimato dalla fatica, e, con la forza della bellezza che Madre natura ci regala passo dopo passo, ci costruiamo la nostra tana nel cratere con tanto di muro perimetrale creato per proteggerci dal forte vento. Mangiamo, condividiamo fatica, bellezza e doloretti vari, che è probabilmente la parte più gratificante di una giornata di avventura, cioè il rendersi conto di quello che si è fatto insieme, ognuno con il suo modo e la sua esperienza, e imprimerlo nella memoria. La sveglia suona un’ora prima dell’alba, questa volta è un sublime sergente che fischiandoti nelle orecchie ti ricorda che devi salire l’ultimo centinaio di metri di dislivello per essere in vetta e goderti l’alba. Senza zaino la viviamo come una leggera passeggiata e subito in cima proprio mentre è ormai pronta la nostra colazione, thè e biscotti vari, Fratello Sole ci sorge innanzi, iniziandoci prima timidamente ad abbracciare con colori freschi, infuocando poi tutto l’aere. In un attimo le nostre risa e i nostri scherzi costanti diventano un silenzio religioso, celebrativo e forse sacrale. La sublime esperienza ci pervade, ne siamo grandi e ce la godiamo insieme, nel corpo e nello spirito, senza bisogno di parole.

A mattina fatta scendiamo per tornare alle tende, lo facciamo giocando, sciando e scivolando lungo la ghiaia pendente della discesa. Col sole alto e senza nebbia vediamo il luogo in cui abbiamo dormito, uno stupendo e grandioso cimitero di pietre. Pronti e la discesa, come al solito più fastidiosa della salita, ci porta in poche ore ai piedi della montagna sempre regalandoci splendidi e caldi panorami. Troviamo un campeggio, bagno di rito nel Dio oceano, e andiamo a cenare nel centro della cittadina che era in festa. Pieni e fra i fumi dell’alcool andiamo al concerto del gruppo rock col più bel nome di sempre: i Black Mamba. C’era tutta l’isola, facciamo la nostra serata e rincasiamo a notte fonda abbracciati dai versi dei Cagarri lungo la costa.

L’indomani andiamo a Sao jorge, un’isola stretta e lunga sempre vicina a Pico. Arriviamo nel pomeriggio in un campeggio bellissimo situato in una specie di villaggio universitario, vuoto, su scogliere a picco sull’Oceano. Riposati passiamo il pomeriggio ad esplorare e scendere queste scogliere e arrivati al mare, si palesa l’unico incubo che dall’inizio del viaggio ci costringeva a fare il bagno con paura e apprensione: la Caravella Portoghese. Questa è una specie di medusa (molto simile, ma non lo è) con una sorta di estremità superiore piena di gas, cosa che la fa galleggiare sul pelo dell’acqua, e lunghi tentacoli che al contatto rilasciano un veleno potente e paralizzante, capace di far affogare un essere umano. Ne vediamo parecchie ed è proprio per questo che alla nostra esplorazione non segue alcun tuffo. Il giorno dopo andiamo a fare un cammino piuttosto tranquillo che per 10km si fa strada lungo la solita giungla ma anche e soprattutto lungo l’unica piantagione naturale di caffè fuori all’America del Sud. Il panorama è sempre suggestivo e gradevole e lungo il percorso troviamo delle cascate con una piscinetta naturale che non possiamo permetterci di non onorare senza tuffarvici. Pranziamo nel dolce luogo ameno, riprendiamo a camminare e superate le piantagioni con le grandi foglie delle piante di caffè torniamo alle nostre case di tela, soddisfatti e felici di nuovo.

Siamo di nuovo al porto di Sao Jorge, prendendo la nave che dopo 6 ore ci porterà alla nostra ultima tappa: l’isola di Terceira. Siamo stanchi per tutto il viaggio alle nostre spalle e decidiamo di goderci in relax questi ultimi due giorni. Il campeggio è sul mare e ha molti barbecue, mentre gli altri montano le tende in tre andiamo a fare spesa di carne, tra le altre la Bifana – la loro deliziosa carne di maiale – e il giusto quantitativo di vino. Soddisfatti ci addormentiamo sotto le stelle cadenti e accanto allo scrosciare delle onde sugli scogli. Il giorno seguente con estrema calma lo passiamo passeggiando lungo la costa e facendo il bagno nelle diverse spiaggette sull’oceano, tutto molto tranquillo, per poi prendere l’aereo e tornare in Italia dopo quella notte.

Ringrazio tutti i miei compagni di viaggio che mi hanno permesso di vivere e soprattutto condividere insieme la bellezza, la gratitudine, la fatica e la gioia di vivere che questo viaggio ha portato, ma anche gli atti quotidiani, da quelli resi più avventurieri dal tipo di viaggio, come le colazioni in vetta, le grigliate in campeggio o le cene sotto la bufera, a quelli più naturali e domestici come farsi passare il dentifricio per lavarsi i denti o lavarsi i piatti e i vestiti insieme.

Tutto in perfetta armonia con la filosofia di Adventure Addicted: andare sempre, non importa dove!

Valerio Ventola